C’è il tornare in vita del Marvel Cinematic Universe e di Kevin Feige, di Avengers: Endgame e dei fratelli Russo, che tendenzialmente coincide con la salvezza dell’universo intero e la produzione di un film epocale, e poi c’è il tornare in vita di Stephen King e di Pet Sematary.  E nel secondo caso non si salva nessuno.

Esattamente trent’anni dopo l’uscita di Cimitero Vivente di Mary Lambert (1989, a sei anni dalla pubblicazione del romanzo originale Pet Sematary, uno dei più amati fra quelli pensati e scritti dal re dell’horror), Dennis Widmyer e Jeff Buhler – che si sono fatti notare con Starry Eyes e Holiday, che in un certo senso hanno portato in questo loro terzo lungometraggio, il più importante e di rilievo finora – tornano a Ludlow, Maine, tornano a Louis Creed e alla moglie Rachel, tornano a Jud Crandall e tornano soprattutto ad Ellie e Gage, o Gage e Ellie, in questo caso: c’è ancora Church, il gatto che prende il nome da Winston Churchill, non ci sono i Ramones (che avevano firmato la bellissima colonna sonora del primo film) ma c’è ovviamente il cimitero degli animali nascosto nel boschetto dietro alla proprietà nella quale si trasferisce, da Boston, la famiglia Creed.

Oltre il cimitero, però, al di là di una strana catasta di legna apparentemente insormontabile, si nasconde un altro cimitero, una zona proibita e temuta perfino dalle tribù di nativi americani che vivevano in quei luoghi “nei tempi antichi”: cosa si cela in quel bosco? quale forza sovrannaturale vi opera?

“Ci sono confini oltre i quali sarebbe meglio non spingersi” dirà il Jud Crandall di John Lithgow, e con questa frase il film dice tutto ciò che ha da dire.

Ma quello di Widmyer e Buhler è un film completamente diverso rispetto a quello della Lambert, e per fortuna! Quello dell”89 aveva degli straordinari alti ma anche tanti bassi, e la produzione di Di Bonaventura riesce a giustificare l’arrivo di questo remake, che in qualche modo paradossale ma affascinante si presenta in maniera completamente opposta al film originale, vantando pro dove il primo mostrava il fianco coi contro, e viceversa.

Anche in questo caso il film – che tradisce di più il materiale originale, soprattutto nel finale molto, molto coraggioso, che strizza l’occhio al senso di socialità tipico dello zombie movie –  riesce a catturare lo spirito del romanzo di King, ma lo fa tramite l’atmosfera, tramite la rarefazione, tramite i sentimenti.

Non spinge mai sul contenuto grafico, che invece era il punto di forza del film di fine anni ’80, ma riesce a comunicare piuttosto dignitosamente le sensazioni dei personaggi, i loro pensieri, le loro paure (anche troppo a volte, colpa di dialoghi eccessivamente didascalici), e un buon sound design misto ad una regia molto artigianale trattano la suspence con l’efficacia che merita.

Che sommando le due opere – il remake del 2019 e l’adattamento originale della Lambert dell’89 – non si riesca quasi neanche a scalfire la superficie delle pagine originali di Stephen King, insieme straordinariamente malinconiche e spaventosamente terrificanti, fa capire quanto sia difficile rendere visivamente la parabola di orrore immaginata da questo genio assoluto della letteratura statunitense; e fa capire anche la quantità di coraggio, sia della Lambert allora che di Kolsch e Widmyer oggi, necessario per volercisi confrontare.

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