Con Pokémon Detective Pikachu Rob Letterman porta per la prima volta in live action al cinema uno dei giochi della nostra pre-adolescenza. Chi ha giocato al videogioco, chi ha collezionato le carte, chi ha seguito le puntate dell’anime o letto il manga non potrà non emozionarsi nel vedere sul grande schermo i propri beniamini. Allo stesso tempo in questi casi c’è sempre il rischio di banalizzare ciò che si racconta o di non trasporlo in modo adeguato. Per fortuna, Detective Pikachu con il suo cappellino alla Sherlock Holmes e la sua verve coccolosa merito del doppiaggio di Ryan ‘Deadpool’ Reynolds salvaguarda il brand che rappresenta diventando co-protagonista di un film che potrebbe essere l’inizio di un franchise fortuito per la Warner Bros.

L’altro protagonista è la controparte umana della storia, Tim Goodman (Justice Smith), un ragazzo che dopo aver perso la madre perde anche il padre e, nel dirgli addio, si ritrova un partner pokémon suo malgrado e un mistero da risolvere. Ambientato, proprio come il materiale originale, in una città che è un incrocio (riuscito) fra Usa e Giappone (dove è stato girato e prodotto), Detective Pikachu si snoda tra le vie di Ryme City che ricorda un po’ la Zootropolis della Disney: lì convivevano animali antropomorfi con una città a loro misura, qui convivono umani e Pokémon senza lasciare i secondi allo stato brado e senza volerli sfruttare per gli incontri oppure tenerli chiusi nelle Pokéball.

Una visione lungimirante delle Clifford Industries, tanto quanto utopistica? Howard e Roger Clifford, d’altronde, detengono buona parte del potere cittadino, compresa la rete televisiva locale. Dove lavora la stagista non pagata Lucy Stevens (Kathryn Newton), in cerca dello scoop che le faccia fare il salto di carriera, portatrice di verità e non arrivismo.

Fin dal titolo il film risulta un mix riuscito, proprio come lo era l’anime, fra cultura orientale e occidentale, mescolando anche elementi grafici proprio come ha fatto Spider-Man: Un Nuovo Universo coi fumetti originali. E parlando di resa visiva, la CGI non fa risentire del maggiore green screen utilizzato, appesantendo meno la visione degli Animali Fantastici di Newt Scamander, ad esempio.

Il co-protagonista Tim è il classico Prescelto, l’unico che può parlare con i Pokémon, o meglio col Detective Pikachu del titolo, e man mano che il mistero di fondo si snoderà nuove verità verranno a galla. Ovviamente verità e colpi di scena saranno legati indissolubilmente ai Pokémon, anima della pellicola e pescati soprattutto dai primissimi mostriciattoli usciti poiché maggiormente riconoscibili anche dai meno appassionati, ognuno con le proprie caratteristiche peculiari. Non mancheranno però citazioni ed easter egg come spesso capita in questo tipo di film. E non sorprende nemmeno che l’altro pokémon protagonista sia uno Psyduck (qualcuno ha detto Misty?).

Il film porta avanti una storia lineare ma non infantile, non troppo ingarbugliata ma ricca dei giusti plot twist, mantenendo la componente noir-mystery promessa dal titolo senza però dimenticare lo stile scanzonato che caratterizza oramai Ryan Reynolds.

Pokémon Detective Pikachu riesce quindi dove altri avevano fallito: intrattenere piacevolmente un pubblico anche familiare, facendo venire voglia a fine visione di catturare subito un pokémon da avere come amico, oppure di cantare a squarciagola la sigla del cartone animato.

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