Dopo l’esaltazione di potenza visiva e cinematografica messa in atto da Miguel Sapochnik nell’episodio 3 The Long Night (a quando un lungometraggio ad alto budget per lui?), David Benioff e D.B. Weiss tornano alla sceneggiatura – non ci lasceranno più, accompagnandoci fino all’ultimo episodio, per il quale cureranno anche la regia – riprendono  il discorso shakespeariano già introdotto da Bryan Cogman in A Knight of the Seven Kingdoms e si assumono il compito e di chiudere vecchi discorsi lasciati in sospeso e di aprirne altri che troveranno risoluzione nei prossimi 160 minuti di narrazione.

Questo ampio respiro per recuperare dall’affanno e riempire i polmoni era narrativamente fisiologico – l’episodio della prossima settimana sarà un’altra battaglia –  e anche se le atmosfere evocate sembrano un riciclo dell’episodio due, Benioff e Weiss sono bravissimi a portare vari passaggi di trama dove desiderano che vadano, ripartendo dalla prima alba dopo l’eterna notte che ha visto gli umani sopravvivere (e sconfiggere) gli Estranei: politicamente parlando la scelta di chiudere l’arco narrativo del Re della Notte a metà della stagione finale è davvero sorprendente e ammirevole – gli Estranei sono solo un altro ingranaggio della famosa ruota di Daenerys, in fin dei conti anche loro volevano il potere assoluto su Westeros – ma è ancor più chiaro il senso metaforico del prossimo scontro che attende i protagonisti della serie: nel cuore degli uomini la brama di conquista e dominio sociale trascende la Morte stessa, e il gioco del trono non può fermarsi neanche di fronte all’apocalisse.

In questo senso il ritorno a quelle situazioni tipiche delle prime stagioni, fatti di intrighi e tradimenti e strategie segrete (con la dicotomia fra Varys e Tyrion estremizzata più che mai in una splendida scena, la migliore della puntata, che sembra stata scartata dal Macbeth) che già si era intravisto nel primo e nel secondo episodio qui funziona benissimo, e perché arriva all’indomani di un enorme cambiamento tematico/presa di posizione politica (la morte del Re della Notte) e perché – soprattutto – focalizza tutta l’attenzione su quello che è il vero tema centrale di quest’ultima stagione: l’incontro e l’unione fra Daenerys Targaryen e Jon Snow, letterali incarnazioni del Ghiaccio e del Fuoco.

La convivenza fra i due, descritta quasi come un idillio nel primo episodio, va ad incrinarsi di scena in scena e – in assenza del pensiero di George R.R. Martin, così incagliato com’è nella stesura dei romanzi – appare chiaro come almeno per Benioff e Weiss i due elementi decantanti dalle famose Cronache che hanno dato il là alla serie HBO non possano coesistere, per lo meno non pacificamente. O comunque non se incarnati da due corpi politici così diametralmente distinti: l’aggravante è poi che Ghiaccio e Fuoco, come abbiamo scoperto, sono andati effettivamente a confluire in una singola persona, ma non è quella che sperava Daenerys.

Tutta la puntata a ben vedere è giocata sullo stabilire rapporti dicotomici, e oltre alle due coppie già citate (Daenerys/Jon, Tyrion/Varys) passiamo da Jaime e Brienne a Cersei a Euron – splendide e notevoli le due morti illustri della puntata, hanno il retrogusto amarognolo dei colpi di scena delle prime stagioni – da Arya a Gendry (o Arya e il Mastino) a Daenerys e Sansa, senza dimenticare ovviamente tutti i contrasti interni fra gli Stark e i Lannister (la sotto-trama di Ser Bronn delle Acque Nere è stata gestita piuttosto frettolosamente, ma la scena in sé svolge bene il proprio compito).

Dopo otto stagioni era anche giusto che la serie si prendesse un’intera puntata per mostrare i muscoli di una produzione i cui livelli non hanno precedenti sul piccolo schermo, ed è proprio questo che è stato fatto la settimana scorsa con The Long Night; che a quello spettacolo ne sia conseguito un momento di riflessione è lecito com’è lecito che spetti al prossimo episodio, ancora senza titolo, mostrare gli addi più significativi e il più emotivo fra i bagni di sangue: stando alle regole strutturali interne a Game of Thrones, del resto, i drammi più sconvolgenti sono accaduti sempre nel penultimo episodio di ogni stagione.

E che con due solo puntate rimanenti questa serie dia ancora la sensazione di avere molto altro da dire la dice lunga sull’ottima costruzione allestita da Benioff e Weiss.

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