Il nuovo film prodotto dai Marvel Studios arriva oggi nelle sale cinematografiche di tutta Italia.

E’ un film epocale Avengers: Endgame di Anthony e Joe Russo, filosoficamente, concettualmente e letteralmente: e non solo per l’indubbia qualità tecnica – narrativa e di messa in scena – che ne sostiene lo straripante e mutaforma apparato filmico, e neanche per la sua essenza minacciosa e mistica e già quasi mitologica da “capitolo finale di un’era” che gli ha assicurato preventivamente lo status di oggetto di culto per milioni di fan in tutto il mondo; lo è per come si dimostra in grado di portare scientemente a compimento un discorso cinematografico unico, innovativo e irripetibile, che è nato undici anni fa con Iron Man di Jon Favreau e che qui trova il suo estremo e irraggiungibile potenziale.

Già l’anno scorso Avengers: Infinity War aveva mostrato il massimo, in termini logistici, di cosa potesse nascondere al suo interno questo genere cinematografico ormai ampiamente consolidato e riconosciuto: coralità, avventura, divertimento, sorpresa, tragedia, tutte caratteristiche che avevano rivoluzionato il modo di concepire il film di supereroi e che, in un’idea di cinema così specifica, l’avevano elevato alla materia dell’epica: quello del 2018, che potrebbe essere considerato un’Iliade se paragonato all’Odissea che è Endgame, rimane il massimo che si può ottenere nel tentativo di ricercare coerenza e precisione (che era capillare) in una vicenda così ampia, popolata da così tanti personaggi, scomposta in situazioni così diverse e lontane fra loro che, messe insieme, in qualche modo miracoloso funzionavano alla perfezione, ingranaggi di uno strumento infallibile o dettagli di un affresco immenso e bellissimo.

Endgame, vera e propria seconda parte di Infinity War, è più canonico sia per quanto riguarda ciò che vuole raccontare, sia per come la racconta (le influenze sono chiare, non c’è quasi nulla di nuovo), ma ciò non impedisce ai Russo di imbastire un viaggio davvero sorprendente, in ogni sua singola scena,  che sembra voler retroattivamente sistemare i “danni” che l’opera precedente aveva arrecato al genere cinematografico di riferimento, ri-inniettando una dose da capogiro di Meraviglia nella vena di un contesto era imploso, che si era spinto nel campo del luttuoso, del rimorso, della cupezza (quella vera, però, quella che si sente dentro per davvero e che non viene solo sbandierata dai toni di grigio della fotografia).

In sostanza i Marvel Studios l’anno scorso si erano già spinti fino all’infinito, rendendosi conto di non poter proseguire oltre: l’unica opzione era quella di tornare indietro e aggiustare le cose.

 

Epico e tentacolare, Endgame punta al compimento di archi narrativi durati oltre un decennio e lo fa partendo dall’afflizione e dalle lacrime (nelle prime fasi viene da pensare che i Russo, o quanto meno gli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, abbiano amato la serie tv The Leftovers di Damon Lindelof), partendo dal bruciore delle ferite ancora aperte, spingendosi lungo un viaggio dall’afflato gargantuesco votato alla ricerca della propria auto-consapevolezza: i personaggi, per quanto duramente colpiti e profondamente sconvolti, sembrano quasi consapevoli che i Marvel Studios non significano dolore e rabbia ma divertimento e speranza, ironia e coraggio, altruismo e amicizia, ed è alla fede in questi dogmi che ci si aggrappa per riuscire ad ottenere quella rivincita che sembra insperata e irraggiungibile.

La vera differenza con Infinity War, al di là di quelle meramente tecniche, è che in Endgame il dramma viene raggiunto attraverso il sacrificio, l’estensione più estrema possibile del coraggio, e non a seguito della più terribile delle sconfitte. Le lacrime, questa volta, sono dolci, non amare, il groppo alla gola spinge verso il sorriso, non verso la sofferenza.

La fine è parte del viaggio e alla fine siamo arrivati: i molteplici epiloghi che prolungano la conclusione dell’ultimo atto rimandano nella forma e nella struttura a quelli de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re, perché come nei minuti conclusivi della trilogia di Peter Jackson anche qui è fortissimo il desiderio di voler restare con questi personaggi ancora un altro po’, ancora un’altra scena, perché sappiamo che questi saranno gli ultimi momenti passati in loro compagnia; è giusto, forse anche doveroso, iniziare a parlare di Oscar, perché a vent’anni dalla sua nascita il genere cine-comic adesso è finalmente maturo al punto giusto e, arrivato al suo estremo compimento, pronto per il riconoscimento più ambito, non solo perché sorregge quasi esclusivamente un’intera industria sulle proprie spalle ma perché è stato in grado di creare una nuova mitologia che ci accompagnerà nei prossimi decenni.

Fra cinquant’anni, quando ci fermeremo per guardare indietro, sarà a questo film che penseremo pensando ai supereroi.

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