Il film è attualmente in programmazione nelle sale italiane.

E’ un dato di fatto che la natura sia questione soggettiva, ma è purtroppo oggettivo che Michael Chaves in La Llorona – Le Lacrime del Male faccia davvero il minimo indispensabile per allestire un impianto adeguato a suscitarla: non cerca mai di indagare il vero male, di trovare un tipo di demone che sia interiore ai personaggi, che viva in loro o che rispecchi le loro paure o i difetti del mondo, né tanto meno si sforza di andare oltre la semplice figura demoniaca dalla pelle pallida – di tipica matrice orientale, che oltre a sembrare un riciclo in abito da sposa di Valak di The Nun richiama fin troppo i mostri di Ringu e Ju-On– che si diverte sadicamente a giocare con le sue vittime aprendo finestrini o sbattendo forte le porte per poi apparire all’improvviso dal fuori campo.

Se queste sono le prove generali per The Conjuring 3, la cui regia James Wan l’ha affidata proprio a Chaves, qui al suo esordio, allora è evidente che ci sia ancora parecchia strada da fare, perché La Llorona dai due horror capolavoro del regista di Aquaman è così lontano, per costruzione della suspense e per il modo stesso di raccontare l’orrore – che innanzitutto, prima di manifestarsi, nasce da dentro – da dare l’impressione di appartenere non solo ad un’altra saga, ma anche ad un altro genere.

Che siamo nel Conjuring Universe ce lo dice l’ambientazione anni ’70 e la fugace citazione di Annabelle, ma per il resto quel senso di oppressione suscitato dagli altri episodi del franchise – anche dai meno riusciti, che in un modo o nell’altro comunque sapevano dire la loro – è completamente assente: una donna del ‘600 uccise i suoi figli in un raptus di follia e da allora è destinata a vagare nel mondo dei vivi alla ricerca di nuovi bambini da portare con se (leggi: uccidere affogandoli), e nella Los Angeles degli anni ’70 del XX secolo incapperà nello sfortunato nucleo familiare dei Garcia, composta da madre (la sempre brava Linda Cardellini) figlio piccolo e figlia ancora più piccola.

Il marito di lei, che era un poliziotto, è venuto a mancare di recente lasciando un vuoto che però il film non riesce mai a comunicare davvero, troppo interessato all’azione e troppo poco ai personaggi (negli altri capitoli del franchise, soprattutto in quelli di Wan, accadeva esattamente il contrario, con il risultato che l’azione, quando arrivava, ci spingeva a temere davvero per l’incolumità dei protagonisti). Puntando tutto sull’azione ci si dovrebbe quanto meno assicurare che venga eseguita perfettamente e soprattutto che abbia sul serio dei trucchi di magia interessanti da proporre al pubblico, ma La Llorona è piuttosto altalenante anche da questo punto di vista, convinto che nel 2019 basti far comparire un mostro in CGI urlante e dagli occhi affamati per spaventare il pubblico, ma la realtà è che non sarebbe così neanche se si fosse a digiuno degli altri film del franchise.

Troppa ironia non richiesta spezza il ritmo di un terzo atto mal gestito, che ha quanto meno lo spunto interessante di discostarsi dai rituali d’esorcismo cattolici cui ci ha abituati il cinema horror moderno per giungere nel campo del paganesimo, tra riti voodoo e liturgie appartenenti alla superstizione latino-americana: come per il lutto della protagonista rilegato a due fotografie su una scrivania, però, anche questo spunto narrativo rimane semplice rumore di fondo, o per meglio dire oggettistica di scena, quasi una griffe appiccicata per giustificare l’impiego di un cast messicano.

Che il primo errore della saga sia firmato da chi quella saga l’ha ereditata non fa ben sperare, ma è lecito credere che per l’attesissimo The Conjuring 3 la mano del demiurgo Wan sarà più pesante.

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