Love, Death & Robots di Tim Miller e David Fincher | Recensione

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La serie è attualmente disponibile sulla piattaforma di streaming on demand Netflix.

A livello grafico si fa una grande esibizione di fantascienza, violenza, oscurità e sesso in Love, Death & Robots, ma non è mai davvero quello il punto nella nuova, innovativa e sensazionale serie antologica Netflix: è in realtà di magia che vogliono parlare i cineasti Tim Miller e David Fincher con questo loro sperimentale progetto composto da diciotto cortometraggi di amore, morte e robot, come suggerisce il titolo; una magia che viene dalla tecnologia, che di conseguenza nel mettersi al servizio dell’umanità – o, spesso e volentieri, remandole contro – assume connotati bianchi e neri, positivi e negativi, luminosi e oscuri, ca seconda delle situazioni, degli individui, delle realtà che va a toccare, a plasmare.

In alcuni corti è molto più evidentemente che in altri, ma il filone conduttore è sempre quello: misticismo, occultismo (perché tutti quei gatti, animali da sempre accostati al folklore e all’arcano?), una forma di magia ancestrale che viene legata splendidamente alla magia pratica, ovvero il progresso tecnologico. In tal senso è l’episodio Good Hunting, diretto da Oliver Thomas e incentrato su antiche leggende orientali mescolate allo steam-punk, ad esplicitare un tema tanto affascinante quanto celato, nascosto sotto la patina del divertissement di genere che ogni cortometraggio della serie presenta al proprio pubblico.

Sembrerebbe un prodotto tipico del cinema di James Cameron – non a caso Miller è stato scelto dal regista di Avatar per dirigere il prossimo Terminator: Dark Fate – non tanto per il modo che ha di flirtare con la fantascienza quanto per lo sguardo stupefatto con la quale vuole raccontarla, e le tecniche innovative che usa per farlo: già il formato è diverso da almeno il 99% per cento delle serie televisive contemporanee, lasciamo stare il palinsesto Netflix (per quanto Black Mirror sia evidentemente una delle tante fonti di ispirazione alla base del progetto, insieme ad Animatrix dei fratelli/sorelle Wachowski), ma la veste grafica che i due produttori hanno scelto per il progetto, così camaleontica e versatile, rispecchia magnificamente l’essenza alla base di questo Love, Death & Robots, che fa della libertà creativa lasciata agli autori dei singoli corti non solo un vanto ma soprattutto un marchio di fabbrica.

Ed è nel continuo cambio d’abito visivo – si passa dalla classica animazione in 2D ad una CGI molto prestante e fotorealistica, fino ad arrivare ad ibrido anime barra 3D miscelato con elementi grafici figli dei comics occidentali – che forma e sostanza trovano il proprio punto di incontro, nel modo perfetto in cui lo stesso processo accadeva nel recente Spider-Man: Un Nuovo Universo (e alcuni nomi in produzione coincidono); sul piano narrativo si pecca leggermente di ripetitività (la storia di un paio di episodi è pressoché identica), banalità (il remake di Gravity in salsa horror è di rara inutilità) e in generale si ha la sensazione che, tagliando qualche puntata, si sarebbe potuta raggiungere una sorta perfezione assoluta, la stessa che Zima Blue va ricercando nell’omonimo (e bellissimo) cortometraggio.

Ma sono pecche tecniche che il pubblico potrebbe comodamente non notare, ammaliato dallo storytelling di The Witness, la parodia sociale di Three Robots (una sorta di Monthy Phyton in salsa fantascientifica), la poesia di Fish Night, la lettura platonica dell’universo in Beyond The Aquila Rift e quella nichilista de L’Era Glaciale, uno dei pochi episodi live-action con la partecipazione straordinaria di Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead.

Insomma, ce n’è per tutti.

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