Doom Patrol 1×04 – Cult Patrol | Recensione

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La Doom Patrol deve mettere momentaneamente in pausa la ricerca di Niles Caulder… per fermare l’apocalisse!

Dopo un inizio al fulmicotone, con l’episodio della scorsa settimana – la nostra recensione QUI Doom Patrol aveva confezionato un episodio dedicato a scoprire le “origini segrete” del villain Mr. Nobody che il passato di Niles Caulder – elementi strettamente connessi – con un incredibile viaggio in Paraguay il cui sfondo era stato un ottimo approfondimento delle origini Cyborg e Larry Trainor.

L’episodio aveva poi firmato, nel finale, una vera e propria dichiarazione di intenti: le origini di questi personaggi sono tragiche e dai loro poteri sono scaturite profonde ferite psicologiche ancor prima che fisiche che ne alimentano insicurezze e indecisioni minando la loro presa sulla realtà.

Nell’episodio di questa settimana, intitolato Cult Patrol, la ricerca di Chief subisce però una inaspettata battuta d’arresto e non tanto perché la “non-squadra” si sta ancora riprendendo dal suddetto viaggio in Paraguay piuttosto perché riceve un’altra altrettanto inaspettata visita dal misterioso Willoughby Kipling alla ricerca dell’aiuto di Caulder.

L’uomo, che rivela essere un mago, spiega alla Doom Patrol che sta cercando di ostacolare i piani del Culto dell’Unwritten Book intenzionata ad evocare il Decreator, una entità interdimensionale che inghiottirà il mondo, mettendo le mani su Elliot, un giovane di 18 anni sul cui corpo è stata tatuata la formula per aprire il portale all’entità stessa.

Cliff e Jane, spediti a chiudere un altro portale, quello della città perduta di Nurnheim casa del Culto, vengono risucchiati in questa strana dimensione mentre gli agenti del Culto attaccano Cyborg, Larry, Kipling, e Rita mettendo le mani su Elliot e, apparentemente, completando il rito.

Con Cult Patrol, Doom Patrol dimostra tutta la sua versatilità strizzando l’occhio, qualora ce ne fosse ancora bisogna, a quella che ad oggi rimane ancora la run fumettistica più importante del gruppo ovvero quella firmata dallo scozzese Grant Morrison.

E’ infatti Morrison ad introdurre, sulle pagine del fumetto, il mago Willoughby Kipling e il Culto dell’Unwritten Book i quali secondo alcune leggende editoriali furono creati perché la DC non permise all’autore di utilizzare John Constantine che Kip ricorda molto da vicino.

Questa digressione, dovuta, non inficia l’apporto che gli elementi mistici e horrorifici di questo episodio donano alla serie un ulteriore “strato” di stranezza senza però farle perdere assolutamente un briciolo di personalità anzi cavalcando le tematiche del precedente episodio facendole evolvere.

Si fa perno infatti ancora sul concetto di dualità dapprima nel contrasto fra Cyborg e Rita – con la seconda che rimprovera al primo di voler fare l’eroe solo per dimostrare qualcosa – poi nel difficile rapporto fra Cliff e Jane – con la seconda spaventata dalla potenza di Robotman mentre il primo rivede in lei la figlia – e poi ancora quello fra Elliot e Rita sul “peso del mondo”.

Il tutto, portato avanti da una regia che dosa bene il suo apporto lasciando spazio sia all’ottima prova attoriale di Mark Sheppard (Willoughby Kipling) che alle strambe scenografie e personaggi del Culto, culmina con l’ottima scena d’azione –  che bellezza vedere Cyborg in azione! e anche Kip… – e con il cliffhanger che ci rimanda all’episodio della prossima settimana.

Per quanto i suoi personaggi siano costruiti sulla fallibilità, Doom Patrol sembra infallibile!

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