Green Book di Peter Farrelly | Recensione

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Il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane dal 31 gennaio.

E’ una sorta di piacente e piacione remake a parti inverse di A Spasso Con Daisy questo Green Book, nuovo film di Peter Farrelly, che dopo le numerose commedie scanzonate/demenziali dirette insieme a suo fratello Bobby torna alla regia unica, come fu per il film d’esordio Scemo + Scemo: come per il film del 1989 diretto da Bruce Beresford ci sarà un’auto, all’interno della quale i due protagonisti impareranno a conoscerci per la maggior parte del tempo, ma la differenza sostanziale – che poi è anche l’unica peculiarità di un film la cui impostazione, per quanto efficiente, risulta abbastanza convenzionale – è che non c’è più Morgan Freeman (nero) a fare da autista a Jessica Tandy (bianca), ma è Viggo Mortensen (bianco) che scarrozza Mahershala Ali (nero).

Il ribaltamento di ruoli, per questo film tratto da una storia vera, è di certo un indicatore fondamentale per comprendere quanto siano cambiati i tempi in quel di Hollywood, ma a ben vedere radicalizza un’idea sociale che va ben al di là del colore della pelle o del sesso: la comodità dei sedili posteriori, negli Stati Uniti, è sempre stata riservata (negli anni ’40 così come nei ’60) a chi ha il portafogli più capiente.

(Se conoscete un minimo i meccanismi dell’Academy, il collegamento è immediato).

Nel 1962, dopo la chiusura del club in cui lavorava, uno dei migliori di tutta New York City, il grezzo dal cuore d’oro buttafuori italoamericano Tony Vallelonga (Mortensen), detto Tony Lip per via delle sue spiccate capacità oratorie, si ritrova a dover trovarsi assolutamente un nuovo lavoro per poter riuscire a mantenere la propria famiglia. Con qualche favore personale riesce ad ottenere un colloquio con il famoso pianista afroamericano Don Shirley (Ali), di cui lui ovviamente non ha mai sentito parlare (sono ben altri i generi musicali che gradisce Tony): Don, anche se riluttante, decide comunque di affidargli l’incarico, che consiste nell’accompagnarlo in tour nel sud degli Stati Uniti.

Ovviamente, nonostante sia accolto trionfalmente nei teatri e nei salotti dell’America bene dove è solito esibirsi, Don deve comunque subire le incessanti vessazioni figlie dei forti pregiudizi razziali, e per colpa degli abitanti della zona e per via delle leggi vigenti nella zona: per evitare problemi, i due si affideranno al Negro Motoris Green Book, una sorta di manuale che indica alberghi e ristoranti del Sud dove ai neri è consentito l’accesso.

E’ un film molto più di sceneggiatura che di regia, l’impianto da commedia on the road è ben gestito e Farrelly è bravo ad evitare il pericolo maggiore che deriva dall’uso di questa formula (la ripetitività) inventando imprevisti e situazioni mai uguali (anche se non proprio mai viste prima sullo schermo). Meno riuscito il tentativo di suscitare sdegno e/o rabbia, sempre troppo dietro l’angolo delle situazioni divertenti (quelle si sempre azzeccate), ma più in generale sono i due protagonisti a reggere sulle proprie spalle un’opera estremamente ordinaria, nonostante il suo continuo atteggiarsi da innovativo e insuperabile dramedy: evidentemente molto coinvolti, sia Mortensen che Ali fanno a gara di bravura ed è impossibile staccare gli occhi dallo schermo per la capacità di dominare ogni singola inquadratura.

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