Kick-Ass – La Nuova Tipa Vol. 1 di Mark Millar & John Romita Jr. | Recensione

Pubblicato il 14 Novembre 2018 alle 17:00

Ritorna Kick-Ass e il vulcanico Mark Millar decide di rilanciare uno dei suoi franchise più fortunati con una nuova protagonista e nuove vicende che ci porteranno nel New Mexico per conoscere Patience Lee.

Kick-Ass rimane, per chi scrive, una delle migliori creazioni e delle IP create dal vulcanico autore scozzese Mark Millar. Non solo perché metteva su carta una delle suggestioni di milioni di lettori di comics supererostici – indossare un costume fatto in casa e andare a combattere il crimine – ma perché nel lontano 2008 seppe intercettare, attraverso una storia fortemente simbolica e stracarica di citazioni e easter-egg, la centralità che la nostra cultura, quella geek, avrebbe rivestito nell’immaginario collettivo di lì a pochi anni in cui sarebbe letteralmente “esplosa”divenendo di fatto qualcosa di estremamente “mainstream”.

Cosa succede però quando di questo franchise è stato detto, e da cui è stato estratto, tutto? Succede che ci si rende conto che i personaggi che popolavano quella storia erano ridondanti dal punto di vista narrativo-formale rispetto le idee alla base del franchise stesso.

L’autore scozzese ha deciso quindi di rilanciare il “marchio” utilizzando una nuova protagonista sfruttando lo stratagemma tanto caro alle major supereroistiche legato alla “legacy” dei propri personaggi.

In Kick-Ass – La Nuova Tipa Vol. 1 ci lasciamo alle spalle le glitterate strade di New York, i video su youtube, i teenager come Dave Lizewski e i vigilanti come Hit Girl e Big Daddy in favore della polvere del deserto dell’Afghanistan e soprattutto del New Mexico.

Come quindi Patience Lee soldatessa che dopo 8 anni e svariati tour decide di congedarsi e tornare a casa dai suo marito e i suoi due figli e riprendere gli studi di ingegneria. Ma il ritorno a casa sarà tutt’altro che felice: suo marito è fuggito con una ragazza più giovane e Patience si ritrova a dover sfamare due bambini con lo stipendio di cameriera.

Improvvisamente la frustrazione si impadronisce di Patience e nella disperazione più totale la donna inizia a pensare di compiere un gesto folle come rapinare una banca o ancora meglio rapinare i criminali della città indossando un costume. Ben presto però la situazione diverrà più seria del previsto, incrociando il cammino di Maurice, suo cognato, e boss locale infatti il “business” messo in piedi sembra destinato a terminare nel sangue ma Patience è una donna piena di risorse e riuscirà, letteralmente, a rovesciare a proprio favore le vicende.

Come e perché Patience Lee ottenga il costume di Kick-Ass non è importante, o almeno non lo è nella misura in cui la donna cerchi un “travestimento” vistoso per la sua “missione” emulando così un caso mediatico come il ragazzino supereroe di New York.

Ma Mark Millar non è interessato a raccontare una storia che ricalchi in canovaccio di quella di Dave Lizewski piuttosto riprende alcune suggestioni di un’altra sua serie Nemesis, le unisce a quelle di una delle serie televisive di maggior successo di sempre – quel Breaking Bad ambientato sempre in New Mexico – realizzando una storia incredibilmente fresca e attuale in cui la riflessione socio-politica si unisce ad una protagonista “vera”.

Lo scozzese allora non “critica” più la cultura geek ma una certa visione che, spinta dall’idea di creare un mondo migliore e pari opportunità per tutti, in realtà non ha fatto altro che evidenziare la separazione fra coloro che credevano a questi ideali – come Patience ritrovatasi poi senza meno di quel poco che già aveva – e coloro i quali invece in questa “indecisione” hanno prosperato sui più deboli, come il cognato Maurice.

Il capovolgimento di prospettiva finale poi è millariano in tutto e per tutto aprendo possibilità narrative sicuramente interessanti per la prosecuzione della serie. Quello che colpisce di questo volume, e quindi di questi primi sei numeri, è la relativa “calma” con cui Millar costruisce la storia della nuova Kick-Ass senza cadere in quella narrazione estremamente sintetica che spesso “tarpa le ali” delle sue serie.

Non mancano ovviamente le esagerazioni alla Millar, con un violenza grafica sempre sopra le righe, e in cui il leggendario John Romita Jr. può dare sfogo a tutto il suo stile divenuto cartonescamente grottesco ma che ben si adatta alla sceneggiatura dello scrittore scozzese baciato forse anche da chine meno invadenti del solito che riescono a smorzare certi eccessi che JRJr. ha oramai implementato nel suo stile. Uno prova, quella del disegnatore, buona ma non priva dei soliti difetti che lo caratterizzano e che polarizzano i giudizi nei suoi confronti soprattutto negli ultimi anni.

Dal punto di vista carto-tecnico il volume cartonato proposto da Panini Comics è come al solito di qualità ineccepibile, non si può dire lo stesso della traduzione che risulta in alcuni passaggi un po’ legnosa, aspetto davvero inusuale per i prodotti Panini.

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