Jurassic World: Il Regno Distrutto | Recensione

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Un quinto capitolo che pensa più ad omaggiare i precedenti che a raccontare una storia propria.

Il Regno Distrutto del sottotitolo del nuovo Jurassic World quale sarà mai? Speriamo non, per parafrasi, il franchise iniziato con Sua Maestà Steven Spielberg… Lungi da noi essere cattivi gratuitamente, ma dispiace vedere così tanto materiale poco sfruttato in questo sequel nonché quinto ideale capitolo della saga, questa volta diretto da J.A. Bayona dopo il lavoro fatto da Colin Trevorrow e dopo gli apprezzati The Orphanage, The Impossible e il più recente Sette minuti dopo la mezzanotte. Qui Bayona propone una storia che si perde nella propria giungla preistorica, apre moltissime storyline ma ne abbandona altrettante man mano che l’azione (tanta) del film scorre ma senza dimostrare di rimpiangere questa scelta ed è questo il vero problema.

Una storia, quella raccontata, davvero elementare in molte sequenze, più legata agli anni ’90 e a ciò che la saga ha rappresentato, che agli anni 2000 e attuali. Alcune ingenuità di sceneggiatura e di sviluppo della trama fanno storcere il naso. Non bastano le citazioni sparse qui e là da Bayona per ricordare il primo Jurassic World che a sua volta ricordava i primi Jurassic Park – la jeep rimasta polverosa nel Park e riutilizzata nel World e rimasta lì schiacciata, così come il “globo” per spostarsi nel World utilizzato dai protagonisti nel primo spin-off, o ancora la sequenza nella villa/museo già omaggiata nel primo World). Non basta il cameo di Jeff Goldblum – perché di nulla più di questo si tratta, ahimè – a far dimenticare l’assenza più grande del film ovvero di una trama che racchiuda tutte le altre in modo coeso e coerente. Anche i generi si mischiano un po’ troppo alla rinfusa, dai monster movies in stile “King Kong va in città” – la parte forse meno riuscita della trilogia originale – all’action comedy più semplice e genuino, dalle sequenze a metà tra il thriller e l’horror, al giallo da camera con l’ambientazione nella villa inglese con fuori la pioggia battente e monta-vivande che sale e scende. Ricordiamo che nel primo Jurassic Park era bastato un espediente semplice come un po’ d’acqua in un bicchiere per generare negli spettatori il panico.

In un certo senso però Il Regno Distrutto è anche il più animalista di tutti i Jurassic Movies. Sta dalla parte di dinosauri come mai prima d’ora. Dinosauri che finiscono per essere pezzi da aste stratosferiche in antiche ville inglesi, animali in via d’estinzione che però già dovevano essere estinti e quindi divengono il centro del dibattito: siamo noi esseri umani a dover scegliere di interrompere la specie così come decidemmo di farla rivivere? E’ proprio di fronte a questo dilemma etico e morale che sarà messa Claire, il personaggio di Bryce Dallas Howard: smessi i tanto discussi tacchi del primo capitolo, la donna dovrà fare i conti con le proprie scelte passate e soprattutto quelle future. Così come l’Owen di Chris Pratt dovrà venire a patti col suo aver imparato ad addomesticare i raptor, creando una possibile arma. E’ proprio questa forse la parte più riuscita del film: far provare grande compassione e vicinanza per il maltrattamento di animali così lontani da noi, nel tempo e nello spazio. La morale della storia sembra essere quella evergreen che l’uomo, nonostante tutti i millenni di esperienza alle spalle e la consapevolezza e conoscenza scientifica acquisita col tempo, nonostante l’evoluzione e la competenza nelle saghe cinematografiche sbanca-botteghino, non riesca ad imparare dai propri errori. Anzi continua a commetterli, arrivando addirittura a compiere azioni ancora più bieche e discutibili.

Jurassic World: Il Regno Distrutto ha quinti tanti buoni elementi ma mescolati alla rinfusa, e forse il sapere già che ci sarà un terzo capitolo diretto nuovamente da Colin Trevorrow fa ben sperare dopo ciò che ci si può aspettare dalla trama del prossimo Jurassic… per ricostruire insieme tutto da capo. O quasi.

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