Tomb Raider di Roar Uthaug e la maledizione dei cine-games

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Il film di Roar Uthaug con Alicia Vikander, Dominic West e Walton Goggins è attualmente in programmazione nelle sale italiane.

Entrato in sala con la consapevolezza di dovermi ancora riprendere dall’orribile esperienza vissuta a gennaio del 2017 col bruttissimo Assassin’s Creed di Justin Kurzel (dal quale, paradossalmente, ci si aspettava potesse far bene dopo l’evocativo e poetico Macbeth), mi sono reso conto che erano addirittura tre le preoccupazioni che mi avevano portato ad approcciarmi al nuovo Tomb Raider con bassissime aspettative.

Uno: Lara Croft aveva già dimostrato di avere un pessimo feeling con la settima arte non una ma già due volte, all’inizio del millennio, prima con lo sciagurato Lara Croft: Tomb Raider di Simon West nel 2001 e poi due anni più tardi con l’indecente e/o incredibile (nel senso che è davvero incredibile che abbiano avuto il coraggio di produrlo dopo aver visto quanto difettasse il primo film) Tomb Raider: La Culla della Vita di Jan De Bont.  

Due: forse perché ancora turbato dalla pochezza visiva e dalla stupidità della sceneggiatura di Assassin’s Creed, continuavo a domandarmi perché mai Alicia Vikander (moglie di Michael Fassbender) si fosse fatta coinvolgere dal progetto del norvegese Roar Uthaug piuttosto che fare tesoro degli errori del marito.

Ma, soprattutto, tre: i tentativi di portare i videogame al cinema sono sempre risultati al meglio poco più che mediocri, e al peggio terribili.

E così, mentre la mia simpatica accompagnatrice giocherellava convulsamente col tappetto della bottiglia di coca-cola emanando lo stesso entusiasmo di chi avrebbe voluto trovarsi in qualsiasi altro posto al mondo piuttosto che nella sala cinematografica dedicata al nuovo Tomb Raider, per i primi quaranta minuti mi sono ritrovato a pensare che, si, le mie tre grandi paure si erano dimostrate fondate.

Però. All’improvviso. Si. Spunta un però.

Perché, esattamente come per il recente Black Panther di Ryan Coogler, anche in Tomb Raider c’è un momento preciso in cui il film cambia marcia, ruggisce (il nome del regista, Roar, del resto significa ruggito in inglese) in un acuto che mi ha fatto sobbalzare sulla poltroncina catturando il mio interesse.

Siamo già naufragati insieme a Lara (in uno dei peggiori naufragi della storia del cinema, mal accompagnato da una CGI inspiegabilmente scadente per un film con un budget da 94 milioni di dollari) e la protagonista è in fuga dai cattivi. Colta di sorpresa da uno di loro, è costretta ad ingaggiare un duello corpo a corpo con l’energumeno di turno, più alto di lei, più muscoloso di lei, più forte di lei. Ma Lara riesce ad avere la meglio, in una scena ben coreografata e sorprendentemente quasi-molto-cruda (o per lo meno ben più cruda di quanto i primi bambineschi 50 minuti di film potessero far presagire).

E se teoricamente non dovrebbe aver alcun senso che una mingherlina di 1,66 m abbia la meglio su un mercenario arrabbiato, armato e (si immagina) adeguatamente addestrato, in pratica invece è proprio qui che il film inizia a quadrare: le donne sono più intraprendenti degli uomini, più resistenti, più caparbie; le donne vincono sugli uomini, che sono stupidi (battuta di Lara: “alcuni uomini sono degli stupidi”) e valgono molto meno del gentil sesso (battuta del padre di Lara: “Tu vali dieci volte me”).

Dunque si, Lara vince. Nonostante una trama banale che ricalca pedissequamente quella di Indiana Jones e l’Ultima Crociata (lì c’erano i nazisti, qui c’è un’organizzazione che vuole governare il mondo; lì protagonista e antagonista inseguivano un taccuino, qui proprio un taccuino è al centro della vicenda; il rapporto conflittuale padre-figlio fra Sean Connery e Harrison Ford diventa padre-figlia fra Dominic West e la Vikander; ci sono anche le tre prove da superare per arrivare al Graal), nonostante una schiera di personaggi monodimensionali e cliché del genere avventuroso, nonostante una CGI da schiaffi sul viso, una colonna sonora che verrà dimenticata ventinove secondi dopo aver sparato l’ultima nota e nonostante l’ultra-datato impiego di flashback in quella fastidiosa “sorta di bianco e nero usato per distinguerli dalle sequenze ambientate nel presente perché altrimenti i ragazzini che guardano il film con un occhio allo schermo del cellulare non si accorgerebbero del cambio temporale” (nell’ultima scena, addirittura, e questo mi ha fatto sbellicare dalle risate, un flashback va a riallacciarsi con una scena vista quaranta secondi prima, che è un po’ l’equivalente della morte della narrazione cinematografica).

Lara però vince perché Alicia Vikander è convincente nella parte, sprizza grinta da ogni poro sudato e sporco di sangue e fango e ci crede fino in fondo, fino all’ultima inquadratura. Il fatto che questo film, che oscilla tra il mediocre e il decente, sia comunque da considerarsi come il miglior cine-games degli ultimi anni (forse di sempre) non fa che dimostrare quanto i videogiochi debbano stare alla larga dalle scrivanie dei produttori hollywoodiani e di conseguenza dalle sale cinematografiche.

Ciò probabilmente non avverrà, ma per lo meno il pensiero di un Tomb Raider 2 non è così terribile. 

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