Briggs Land vol. 1: Contro lo Stato | Recensione

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L’autore di DMZ e Northlanders ci porta alla scoperta di una famiglia secessionista, primatista bianca e nazista…

Nel sud degli USA, i Briggs sono una famiglia di suprematisti bianchi che ha fondato e continua a gestire con pugno di ferro una comunità che rifiuta l’autorità del governo e ottiene i mezzi per mantenere la propria indipendenza attraverso imprese criminali e guerriglia. Ma quando il capofamiglia Jim finisce in carcere e sembra pronto a sacrificare i suoi ideali e la sua gente per salvarsi, con un colpo di mano la matriarca della famiglia, Grace, sottrae il controllo al marito, innescando un vortice di eventi che coinvolge non solo la sua famiglia in senso stretto, ma anche tutta la comunità che da questa dipende. A ciò si aggiunge anche l’attenzione dell’FBI verso i Briggs, con la conseguenza che la comunità si trova sull’orlo di una crisi irreversibile.

Brian Wood ci cala nella c.d. America profonda, presentandoci una storia cruda e dura, narrata senza fronzoli, ma proprio per questo che colpisce dritto al punto il lettore.

I personaggi sono un cast ben variegato, ma soprattutto ben caratterizzato, con tanti diversi caratteri, che, pur facendo parte formalmente di una comunità che dovrebbe unire i membri secondo certe caratteristiche, si dimostrano diversi uno dall’altro, con la conseguenza che l’interazione tra questi individui porta alcune volte a risultati sorprendenti (quasi mai in senso positivo). Così Grace, la matriarca, pur condividendo le basi su cui il marito aveva fondato la comunità, da un lato se ne distacca nel comportamento dimostrando la volontà di non allontanare i membri “sporchi” dal gruppo, dall’altro invece si dimostra determinata ancora più di lui nel mantenere la propria autonomia rispetto al governo americano. Il primogenito, Caleb, che dall’aspetto parrebbe nulla più che un contabile, è in realtà un vero nazista e, pur all’apparenza accettando per primo e senza troppo protestare la leadership materna, si dimostra un abile calcolatore e cerca di scavare un solco tra la madre ed il controllo effettivo sulle leve del potere.

Non manca quello che all’apparenza è il bravo ragazzo, Isaac, che ha anche servito nell’esercito americano per staccarsi da certi valori.

Come ogni membro è utile alla Comunità, così ogni personaggio, alla fine, è essenziale alla storia di Brian Wood, perché, come detto, è grazie agli scontri tra i personaggi che la storia procede a ritmo serrato, tra egoismi, tradimenti e passioni.  Anche i personaggi secondari hanno in alcuni episodi  il loro momento di gloria, dimostrando la capacità dell’autore di descrivere un mondo che funziona secondo valori tutti propri. Tuttavia non c’è da illudersi, non c’è possibilità di redenzione in questa storia, i personaggi sono tutti marci, chi più chi meno, e non esistono personaggi positivi. Se il lettore americano viene messo di fronte alla realtà del suo Paese, quello europeo viene messo di fronte ad una America sottovalutata e ad un pensiero che sembra distante da quello del Vecchio Continente ma forse solo all’apparenza; perché il volume fa riflettere su certi valori e come sia facile distorcerli cadendo nel torto.

Se Wood regala una sceneggiatura che potrebbe essere ripresa in una serie tv (ed in effetti così sarà), Mack Chater adotta uno stile nella costruzione delle tavole che riflette gli stilemi ed i tempi di uno show televisivo come potrebbe essere Sons of Anarchy. I personaggi sono ben definiti anche se nella realizzazione dei visi i tratti sporchi adottati dal disegnatore non sempre valorizzano l’espressività dei personaggi. In ogni caso un buon lavoro nel complesso.

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