Il ciclo inaugurale spin-off dedicato al Punitore di Jon Bernthal è un’interessante riflessione sull’America trumpiana.

“Devi capire una cosa su di me. Io avevo due famiglie. Avevo Maria, avevo i bambini e avevo la mia unità. Ero un padre, un marito, ma anche un Marine. E amavo essere un Marine. Mi piaceva quella vita. C’erano delle volte, che io lo ammetta o no, in cui avrei preferito trovarmi in mezzo al sangue, alle pallottole e quant’altro con la mia unità, piuttosto che coi miei figli. Devo accettarlo.”

Frank Castle (Jon Bernthal) usa queste parole per definire se stesso,  e direi che può essere la più accurata e allo stesso tempo sfaccettata versione audiovisiva del Marvel’s The Punisher protagonista dell’omonima serie di Netflix che ha fatto capolino questo weekend sul servizio streaming. Un anti-eroe, certo, ma anche un eroe che, più di altri, non possiede super poteri se non un’incredibile rabbia che pare non avere fine e non trovare mai pace.

Il suo “potere”, se proprio vogliamo trovarne uno, è rappresentato dalla fedeltà e dalle armi: fedeltà verso le sue due famiglie, quella nell’esercito e quella che gli è stata strappata forse proprio a causa della prima, e le armi che utilizza come strumento per proteggerle e vendicarle, le due famiglie. E’ così che inizia il viaggio di consapevolezza di Frank in questa prima stagione spin-off di Daredevil e parte dell’universo televisivo creato da Netflix: un certo “Micro” (Ebon Moss-Bachrach) fa avere una registrazione segreta di una missione dell’esercito americano denominata “Cerbero” (come il cane della mitologia greca a tre teste a guardia dell’Inferno) a un’agente della CIA di origini persiane, Dinah Madani (Amber Rose Revah) per ragioni misteriose. Nel video appare anche Frank. Questo scatenerà una sequela di eventi che si preparano a mettere in discussione le fondamenta del governo americano oltre che della città di New York.

Questo perché il telefilm si rifà alla cruda realtà dei veterani di guerra e di cosa succede loro una volta tornati a casa. Un tema già affrontato da altri prodotti audiovisivi ma qui sviscerato in maniera nuova attraverso molteplici punti di vista: chi ha saputo ricostruirsi una vita (il meraviglioso personaggio di Ben Barnes, Billy Russo, migliore amico di Frank ai tempi dell’esercito, che riserverà parecchie sorprese), chi ne ha fatto una missione di vita (Curtis, interpretato da Jason R. Moore) e chi non riesce a trovare una via d’uscita, Lewis (Daniel Webber, che torna a interpretare un personaggio complesso dopo Lee Harvey Oswald nella miniserie 11.22.63).

Per mantenere il legame con l’universo Marvel/Netflix torna Deborah Ann Woll come Karen Page, ex segretaria dello studio Nelson&Murdoch ora giornalista per il Bulletin, l’unica dall’anima danneggiata come Frank e quindi l’unica a comprenderlo in parte, l’unica a riuscire ad avvicinarlo così tanto (solo noi spettatori siamo a conoscenza di cosa è stata capace di fare nelle due stagioni di Daredevil). Menzione speciale per Michael Nathanson nei panni di Sam Stein, il partner alla Homeland Security di Dinah: Sam è la tipica “spalla” delle spy story, burlone quanto sincero, ma allo stesso tempo detentore di pillole di verità (“Siamo tutti superficiali. Ecco perché le persone belle sono quelle che comandano nel mondo”).

Rispetto al percorso di definizione di eroe in Daredevil, al thirller psicologico in Jessica Jones, alle dinamiche black hip-hop di Luke Cage e alle influenze orientaleggianti di Iron Fist, The Punisher mescola elementi fumettistico-supereroistici a quelli delle spy story cinematografiche e televisive, strizzando particolarmente l’occhio a Homeland. La serie è infatti un susseguirsi di colpi di scena tipici delle storie sull’intelligence americana, sulla fuga di notizie, sul doppiogioco, alternati a lunghe riflessioni sulla condizione dell’essere soldati: lo si è una volta, lo si è per sempre, nel bene e nel male. Una volta usciti dalla guerra, non se ne esce mai per davvero e, nell’epoca trumpiana che gli Stati Uniti stanno vivendo, i fatti che accadono nel telefilm non possono non riportare alla mente gli episodi di violenza della cronaca, i dibattiti per le leggi sul controllo delle armi e la condizione spesso disagiata dei veterani di guerra.

Jon Bernthal dimostra di essere forse il più degno Punitore, alternando negli sguardi, nelle movenze e nelle espressioni tutto il dolore per la perdita subita, ma soprattutto la rabbia che sembra non riuscire a placare in alcun modo, a momenti di totale bontà, nei ricordi attraverso flashback che rivive ogni giorno, e in quelle poche persone che ora meritano la sua fiducia e quindi la sua devozione, come Karen da un lato e la famiglia di “Micro” dall’altro. Il suo rapporto con Sarah (Jaime Ray Newman), ricorda molto quello degli adattamenti cinematografici che hanno preceduto la serie: da un lato Castle dall’altro le interpreti femminili, mogli e madri abbandonate per motivi diversi.

Regia e scrittura di Marvel’s The Punisher giocano con le inquadrature degli sparatutto in prima persona, come Call of Duty, attraverso riprese aeree e con droni, coinvolti anche nella narrazione stessa. Quasi un meta-videogioco che alla base ha una cruda realtà. Il quinto episodio, “Gunner”, è emblematico in questo senso, così come l’attacco alla base militare nel settimo. O ancora il decimo con la ricostruzione degli eventi stile Prospettive di un delitto. Ma alla dura realtà non si sfugge e questo Frank Castle continuerà ad impararlo, fino all’ultimo episodio.

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