Electric Dreams 1×01: “The Hood Maker” | Recensione

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“Il lento cane nero s’inchina davanti alla volpe regale.”

Ispirata dal format col quale Netflix ha plasmato Black Mirror, il network britannico Channel 4 si butta nel filone della satira sociale in salsa fantascientifica con Electric Dreams, serie antologica che ad ogni nuovo episodio si propone di adattare per la televisione un racconto di Philip K. Dick, seminale autore sci-fi statunitense.

In piena Blade Runner mania, dunque, la serie prodotta – fra gli altri – da Bryan Cranston esordisce col pilot The Hood Maker, diretto dall’esperto Julian Jarrold (una carriera trentennale alle spalle, ultima fatica lo straordinario The Crown), scritto da Matthew Graham (ha lavorato a qualche episodio di Doctor Who) e interpretato da Richard Madden (per gli amici Robb Stark de Il Trono di Spade). La puntata, tratta dall’omonimo racconto pubblicato nel 1955, vede l’agente Ross (Madden) sulle tracce di un misterioso fabbricante di speciali cappucci anti-telepatia nel contesto di una società spaccata in due fra normali e telepati.

La Londra futuristica messa in scena da Jarrold sembra un incrocio fra la Los Angeles del 2019 di Ridley Scott e un sobborgo multiculturale dell’Inghilterra degli anni ’70, ma con le sue marce di protesta rimanda tantissimo – almeno a livello subliminale – a tutte le Charlottesville o Barcellona dei nostri giorni.

L’agente Ross (lui si che a livello estetico è una copia di Rick Deckard, col suo look trench-inzuppato-di-pioggia-più-camicia-dall’abbinamento-azzardato) dovrà fare squadra con la bella e delicata Honor: la polizia, costretta a vedersela con le proteste anti-telepati (la maggior parte delle persone non vede di buon occhio questi esseri speciali, che vivono nei ghetti come gli alieni di District 9), decide di arruolarla per provare a sfruttare le sue abilità paranormali.

A questo punto l’umano Ross e la telepate Honor diventano il simbolo di un’unione sociale utopistica, l’incontro fra quelle due specie così simili eppure così diverse che proprio non ne vogliono sapere di entrare in contatto, ma … ma c’è un ma, e di più non dirò.

Come Black Mirror anche Electric Dreams si poggia sui fondamentali quesiti di chi siamo e dove stiamo andando: il viaggio di Ross e Honor è raccontato in maniera intelligente e provocatoria, tocca molte tematiche attuali e sa quando divertire, intrigare o far riflettere; ma se dobbiamo fare un paragone – e dobbiamo, perché per sua stessa natura questa serie va a sfidare il colosso sci/fi di Netflix nel suo stesso campo da gioco – allora bisogna dire che siamo molto lontani dalla potenza iconoclasta della serie di Charlie Brooker, ancora più intelligente, ancora più provocatoria (solo da questo primo episodio, ma vi ricordate lo schiaffo che tirava il primo episodio di Black Mirror?).

Electric Dreams dà la sensazione di essere meno originale e assai più derivativa (Philip K. Dick lo abbiamo visto in tutte le salse, sia al cinema che in televisione) e la fantascienza che vuole proporci è una fantascienza lontana, qualcosa che forse accadrà fra tanti anni, e sembra poco affascinante se confrontata a quella di Netflix, che punta tutto sul qui e ora, sull’attimo presente e su come la tecnologia lo stia progressivamente infettando.

Però da oggi c’è una valida alternativa, quanto meno.

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