Sophie Bangs va alla ricerca della sua identità nel secondo strepitoso volume di Promethea, la saga mistico/esoterica del grande Alan Moore, impreziosita dalle spettacolari illustrazioni del bravissimo J.H. Williams III!

Recensire un’opera di Alan Moore non è mai facile, considerando che il più grande autore di comics a livello mondiale propone lavori complessi, di difficile classificazione nonché pieni di riferimenti letterari, artistici e filosofici non sempre di immediata comprensione. Ma alcuni suoi fumetti comportano un approccio più facile. Non è il caso di Promethea, serie originariamente pubblicata dalla divisione America’s Best Comics della Wildstorm, fortemente voluta dal Magus, e ora ripubblicata dalla Vertigo.

Promethea nasce in un periodo particolare della vita dello scrittore britannico, quello, in pratica, in cui decise di dedicarsi alla magia e all’occultismo, influenzato dalla Thelema di Aleister Crowley (personaggio ricorrente nella serie). Nello stesso tempo, Alan usa la protagonista del comic-book, Sophie Bangs, studentessa che diventa la personificazione della donna guerriera Promethea, come pretesto per veicolare informazioni sull’occultismo. In pratica, spiega cosa siano la magia e gli innumerevoli simboli e concetti a essa connessi esistenti da secoli nella storia dell’umanità.

Se nei primi episodi Moore parte comunque da un elemento supereroico (Promethea, infatti, agisce come una specie di supereroina in una bizzarra New York quasi futuribile), man mano che la story-line si dipana, si allontana dalle convenzioni dei comic-book a stelle e strisce. Si fa progressivamente sperimentale, tanto che i vari capitoli possono essere considerati alla stregua di un trip o una visione sciamanica, caratterizzati da una miscellanea di stili espressivi. Questo secondo volume che include i nn. 13-23 della testata originale è senz’altro il più estremo.

Lo chiarisco subito. Non è una lettura agevole e, da un certo punto di vista, potremmo pure giudicarla anti-narrativa, nel senso che non si verificano molti eventi. In pratica, Sophie, dopo avere appreso varie cose sul suo alterego e i suoi superpoteri, decide di intraprendere un viaggio attraverso il regno dell’Immateria, dimensione in cui vivono le numerose incarnazioni di Promethea, per aiutare Barbara, la Promethea che l’ha preceduta. Quest’ultima ha faccende in sospeso con il defunto marito Steve. Non si tratta, tuttavia, di un viaggio fisico ma di uno psicologico e metaforico.

Promethea e Barbara esplorano gli stadi dell’esistenza che Moore descrive basandosi sulla Cabala, sulle figure dei Tarocchi, sulle teorie di Crowley, Austin Osman Spare, John Dee e altri occultisti, sulla cosmogonia massonica, sulle leggende egizie, greche e nordiche, sugli studi di Carl Gustav Jung e sulle intuizioni acide di Timothy Leary e altre rinomate figure della controcultura degli anni sessanta. E questi sono solo alcuni dei riferimenti presenti nelle storie.

Sul versante letterario, il risultato è affascinante poiché Alan scrive alcuni dei suoi testi migliori in assoluto. Ma, lo ripeto, non vengono raccontati eventi precisi. Non c’è un’autentica narrazione. Promethea, o perlomeno questa sequenza, ha una funzione didattica: Moore vuole insegnarci qualcosa e descrivere la sua visione del cosmo. Se qualcuno, dunque, si aspetta lotte tra superesseri, atmosfere supereroiche, magari con un pizzico di fantasy alla Thor o di magia alla Dr. Strange, rischia di rimanere deluso.

Promethea non è pregevole solo per l’impeccabile prova di scrittura del Bardo di Northampton, ma anche per gli spettacolari disegni di J.H. Williams III. Il celebrato penciler di Chase, Batwoman e Sandman Overture mixa matite, chine, contributi pittorici e pure qualche effetto computerizzato. Le tavole sono ottimi esempi di arte pop psichedelica, veri e propri trip su carta, con influssi alla Frazetta e collegamenti all’art déco, ai preraffaelliti e a illustratori del calibro di Virgin Finley. La griglia delle vignette cambia in continuazione. In certe occasioni, evoca la silhouette di una pianta o di un albero, in altre un labirinto o una spirale. Promethea pullula di soluzioni visive di questo tipo.

Tra le tante pagine, vanno segnalate quelle ambientate nel regno infernale di Asmodeo, abbellite da un rosso fiammante; o quelle pittoriche situate nel contesto di una dimensione azzurra e celestiale. Non si può ignorare l’episodio in cui Barbara e Promethea hanno a che fare con Dio. In questo caso, Williams disegna figure evanescenti, appena rifinite, e il colore predominante è un bianco accecante che richiama l’idea dell’abbagliante luce divina. Merita infine un plauso Jeromy Cox, responsabile delle meravigliose sfumature cromatiche che fanno di Promethea un fumetto davvero diverso dal consueto. Da non perdere.

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