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“Oh, Anansi! Salvami da questo posto e io canterò in tuo onore per tutta la mia vita!”

Bryan Fuller non ha peli sulla lingua già di per se, ma quando si tratta di intavolare un discorso di critica polito-sociale, allora apriti cielo.

The Secret of Spoons, secondo episodio della prima stagione del fantasy mitologico American Gods, si apre con una scena che a un festival cinematografico avrebbe strappato applausi di giubilo: nel 1697, una nave olandese sta trasportando verso l’America un carico di schiavi africani; uno degli schiavi, grazie alla forza delle sue preghiere, riesce ad evocare il Dio Anansi (divinità di aracnidi sembianze che oscilla continuamente tra l’essere benevola e l’essere malvagia: appartiene alla mitologia africana) e una volta manifestatosi, Anansi profetizzerà agli schiavi il destino del “negro” in America, fino ai giorni nostri, nei quali non sarà più schiavo delle catene, ma dei pregiudizi.

La scena è intensissima e drammatica, scritta meravigliosamente ma soprattutto più importante che mai nel contesto sociale attuale. Ho apprezzato moltissimo anche la sottile colonna sonora jazz, così squisitamente nera.

Il monologo di Anansi (interpretato da un ottimo Orlando Jones) è brutale, schietto – senza peli sulla lingua, appunto – e serve tanto a infiammare gli animi degli schiavi quanto a risvegliare la coscienza sociale dello spettatore.

Nella recensione dello scorso episodio definivo questa serie come una serie non adatta a tutti, e questa scena conferma il mio pensiero: il sotto-testo razziale non ti viene suggerito con sottigliezza, ma ficcato in testa a forza di schiaffi; non ci sono compromessi, non c’è dialogo, e già nei primi minuti la puntata sembra dirti “se non sei d’accordo con queste idee, quella è la porta e arrivederci”.

Il destino dei neri in America, poi, è riassunto in pochissimi secondi al termine della scena, quando torniamo nel presente: Shadow Moon che penzola dai rami di una quercia, appeso per il collo dagli scagnozzi di Technical Boy.

Un’immagine fortissima e splendida che assume ancora più valore se contestualizzata con le parole del Dio-ragno di qualche istante prima.

The Secret of Spoon è un episodio molto forte, molto forte e incredibilmente solido dal punto di vista narrativo, se vogliamo ancora più solido del pilot.

Il modo in cui Fuller e Green si prendono qualche minuto per descrivere – senza bisogno di utilizzare i dialoghi, ma solo attraverso il montaggio – lo stato emotivo di Shadow dopo la morte di Laura, è veramente azzeccato e pienamente funzionale.

IL Nuovo-Dio Media (Gillian Anderson) viene introdotto in una scena subdola che mette davvero i brividi e l’arrivo a Chicago col conseguente incontro di Czernobog (il sempre divertentissimo – ma anche un po’ inquietante – Peter Stormare) e Zorya Vechernyaya (Cloris Leachman).

La partita a dama con tanto di mortale scommessa fra Shadow e Czernobog (divinità slava tipicamente legata all’oscurità) è uno dei momenti migliori del romanzo, e la serie non fallisce nel portarla su schermo.

In attesa di conoscere la terza sorella di Zorya, la più giovane – che sarà protagonista, insieme a Shadow, della mia scena preferita (nel libro, per lo meno), per ciò non vedo l’ora della prossima settimana – l’episodio ci consente anche un nuovo sguardo all’incantevole e magnetica Bilquis di Yetide Badaki: la dea sta lentamente riacquistando i propri poteri, e sogna di potersi riappropriare dei suoi oggetti di culto.

E’ bellissimo vedere nascere – o rinascere – queste strane e misteriose divinità, sia antiche che nuove: l’idea geniale alla base del romanzo di Gaiman (già fortemente esplorata nel suo capolavoro, Sandman) è che non sono gli dei a creare gli uomini, ma gli uomini a creare gli dei; le divinità assorbono il loro potere da noi, dalle nostre preghiere, dalla fede che noi riponiamo in loro, ed è davvero inquietante vedere come gli dei della tradizione mitologica, i vecchi dei, stiano lentamente scomparendo in favore dei nuovi, come la tecnologia (Technical Boy) o la televisione (Media).

Insomma, la magnifica storia di American Gods non è soltanto un grandissimo intrattenimento, ma soprattutto un focolaio di ispirazione, che fa riflettere sul nostro mondo, sul nostro modo di pensare e sul nostro modo di vivere. E questo riescono a farlo soltanto le grandi serie.

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