“Sto progettando una rapina.”

Siamo arrivati al giro di boa, e a questo punto salutiamo il regista danese Kristoffer Nyholm, che dal prossimo episodio lascerà la sedia al collega Anders Engström. Nyholm, che nelle prime quattro puntate della miniserie ha avuto il compito di presentarci i protagonisti della vicenda e stabilire i toni oscuri dell’oscuro mondo di Taboo, lascia la regia al termine di un episodio ricco di avvenimenti: tra droghe, complotti, sesso, violenza e duelli, James Delaney continua spedito nel suo misterioso piano di vendetta.

Ha perfino un gruppo di aiutanti ufficiali, ora, dopo averli reclutati alla bell’e meglio negli scorsi episodi. La “Lega dei Dannati”, come li ribattezza Lorna. O, per usare le parole di James, “un gruppo di degenerati uniti dalla volontà di fare esattamente come dico io”.

Grazie alle sue macchinazione, Delaney riesce a mettere la Compagnia delle Indie e la Corona una contro l’altra, in una lotta intestina che non fa che giovare agli scopi del protagonista. Però la presenza degli Stati Uniti aleggia minacciosa, e se gli inglesi non riescono proprio a capire come fare per fronteggiare la spietata arguzia di Delaney, le spie del governo d’oltreoceano sembrano in grado di rispondere colpo su colpo e minaccia su minaccia.

Il narcisismo di questo dark fantasy è in qualche modo ammaliante: la brutalità del suo protagonista è fuori da ogni dubbio, ma dietro lo sguardo da psicoanalisi di Tom Hardy si nasconde un’ombra di dolcezza quasi indecifrabile, eppure magnetica. Non sembra capace di gentilezza, il nostro James (il suo dono alla sorella è quello di visitarla in sogno attraverso dei rituali di magia per procurarle degli orgasmi), o meglio, è talmente rude che l’unica gentilezza di cui è capace è comportarsi in modo meno rude del solito.

Il divertimento, con questa serie, è assicurato: i pezzi del puzzle si compongono lentamente e vengono piazzati con sapienza, uno dopo l’altro, in maniera riflessiva ma inesorabile, e il tutto è calato in atmosfere allucinate ed inquietanti (come il ballo in maschera nel finale dell’episodio, un carnevale di dissolutezza, nebbia e specchi, in cui ogni cosa è resa illusoria e fumosa) e la chimica fra Hardy e le sue due colleghe – Jessie Buckley e Oona Chaplin – è straripante.

Il tutto è calato nelle note a tratti disturbanti e a tratti dolcissime scritte da Max Ritcher (compositore, tra gli altri suoi numerosi lavori, delle musiche di The Leftovers, probabilmente la miglior colonna sonora mai composta per uno show tv) che contribuiscono nell’alimentare l’inquieta tensione di questa selvaggia vicenda.

E più si intensificano i suoni e la furia, più lo scopo del protagonista rimane un mistero.

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