Una serie di sfortunati eventi è finalmente disponibile su Netflix. Ecco cosa ne pensiamo dei primi due episodi:

Allo spettatore piace un sacco disobbedire.

E se i titoli di testa si aprono su un elenco di avvertimenti che invitano a distogliere lo sguardo (Look Away!), noi tutti, come dei bambini ribelli, saremo ancora più curiosi di guardare.

Stiamo naturalmente parlando di Una serie di sfortunati eventi, la nuova serie firmata Netflix trasposizione dei romanzi di Daniel Handler (pseudonimo di Lemony Snicket), e della sua meravigliosa sigla.

La struttura dei romanzi possiede un andamento perfettamente seriale che ha permesso a Netflix di suddividere le disavventure degli orfani Baudleaire in più stagioni; la prima stagione comprenderà otto episodi, con due puntate per ogni romanzo.

La trama, nota ai più, vede i tre protagonisti perdere i genitori in un incendio misterioso e rimanere completamente soli al mondo. I tre bambini saranno affidati al Conte Olaf, un attore malvagio interessato solo alla lora futura eredità.

Guardando Una serie di sfortunati eventi non si riesce a capire mai chiaramente il suo pubblico di riferimento. La matrice letteraria nasce dalle favole gotiche per ragazzi, ma né il libro né tantomeno la serie si fanno etichettare facilmente come prodotto teen.

La storia degli orfani Baudelaire viene narrata dallo stesso Lemony Snicket; la sua presenza di narratore onnisciente rende problematico quello che stiamo vedendo fin dai primi minuti. Distrutto completamente lo schermo invisibile con il pubblico, siamo vicini a discorsi metaletterari e metatelevisivi che hanno come soggetto l’atto del narrare.

L’universo di queste storie così sfortunate non è il nostro mondo. Netflix l’ha intuito ma non ha spinto l’acceleratore con convinzione.

Gli ambienti sono piatti, i colori a tinte unite e gli scenari sembrano eleganti teatri di posa; a livello visivo, la cura dei dettagli è meticolosa, ma speravamo in uno stile ancora più marcato per mostrare un mondo eccentrico e malsano in cui tre bambini non vengono aiutati ad affrontare una perdita. Desideravamo delle atmosfere alla Wes Anderson che compaiono solo in pochissimi momenti.

Un cast impeccabile in cui primeggia Neil Patrick Harris, nei panni del conte Olaf, pronto a rubare la scena ai tre orfani; ancora non sappiamo dirvi se, alla lunga, questo sarà un bene o un male per lo sviluppo della serie (due puntate sono troppo poche per capirlo).

Senza dubbio siamo davanti a un Patrick Harris show, e di questo non possiamo che esserne felici. Anche le interpretazioni sopra le righe di Joan Cusack (amata fin dai tempi di Shameless) e K. Todd Freeman sono notevolmente importanti per inquadrare i rapporti che i Baudelaire hanno con gli adulti e, per estensione, le tematiche che la storia desidera affrontare.

Se si guarda la serie con sufficienza, potrebbe sfuggire un altro protagonista importante: la parola. La parola, intesa come atto comunicativo e di sapere, è una protagonista tanto quanto Violet, Klaus e Sunnny:  gli adulti desiderano spiegare ai giovani parole che ritengono difficili,  utilizzano termini senza capirli veramente, ripetono come un carillon impazzito sempre le stesse frasi mentre una neonata ha già sviluppato una lingua personale per comunicare con gli altri.

Una serie di sfortunati eventi poteva osare di più, avrebbe dovuto sperimentare con i suoi caratteristici ambienti, nonostante questo non chiamatela “serie per bambini” perché commettereste un grave errore.

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