“Conosco delle cose riguardo alla morte”.

So cosa state pensando. Un altro dramma in costume.

Eppure, signore e signori, Taboo non è dramma in costume come gli altri. E adesso vi spiego perché.

L’attore Tom Hardy, coi suoi affascinanti grugniti, ha scritto il soggetto di questa mini-serie in otto parti ambientata nel 19esimo secolo insieme a suo padre, Chips Hardy, e i due si sono rivolti allo sceneggiatore Steven Knight (che aveva lavorato con Tom nel film Locke e nella seconda stagione di Peaky Blinders, serie tv creata, scritta e diretta da Knight) per la stesura degli episodi. Ben presto, il progetto ha attirato l’attenzione niente meno che di Ridley Scott, che ha deciso di finanziarlo con la sua casa di produzione Scott Free.

Il risultato è un altro dramma in costume, che però non è come gli altri: una vicenda un po’ western, un po’ noir, un po’ fantasy e un po’ horror che si sviluppa nella Londra del 19esimo secolo.

Ora siete curiosi? Spero per voi, perché il primo episodio è una bomba.

James Delaney (Tom Hardy) torna a Londra dopo che per molti anni era stato dato per morto da tutti (compresa sua sorella, interpretata da Oona Chaplin, la moglie di Robb Stark ne Il Trono di Spade). James è tornato per presenziare al funerale di suo padre, un vecchio folle che era il solo a credere che suo figlio fosse ancora vivo (parlava con lui attraverso le fiamme, in una strana lingua vodoo, tra l’altro) e che proprio a quel suo unico figlio ha lasciato un pezzo di terra senza apparente valore negli Stati Uniti. Ma quel pezzo di terra senza apparente valore potrebbe avere effettivamente un valore molto salato per il governo di Sua Maestà, e il compito di trovare un accomodamento con il redivivo James Delaney per farsi consegnare l’attestato di proprietà di suddetto terreno spetterà al comandante della Compagnia Britannica delle Indie Occidentali,  Stuart Strange (Jonathan Price, l’Alto Passero de Il Trono di Spade).

La Londra pre-vittoriana ricostruita fedelmente è una cassa di risonanza perfetta per gli oscuri segreti che avvolgono il passato di James: in quella che è stata per eccellenza l’epoca delle contraddizioni, la figura di questo misterioso figliol prodigo è resa ancora più inquietante nello scontro fra credenze popolari e religione.

Dov’è stato James in questi anni? Si dice che abbia ucciso, che sia stato coi negri in Africa, che abbia fatto il pirata, che sia affogato durante una tempesta. E si dice che sappia parlare con i morti.

Hardy, che con la sua straordinaria e carismatica presenza scenica sarebbe capace di trasformare una filastrocca per bambini in una promessa di omicidio, sfoggia tutto il suo truce e minaccioso talento, facendo cagare sotto chiunque gli si pari davanti o osi contestarlo in qualunque modo. Nonostante rimanga in me il dubbio del perché e del percome l’anno scorso non abbia vinto l’Oscar (se l’ha vinto Di Caprio, non capisco perché a lui sia stato negato, dato che il ruolo era identico), anche qui si dimostra l’unico attore contemporaneo in grado di rivaleggiare col phisique du role tipico di un certo Marlon Brando: semplicemente se Tom Hardy è in una scena di qualsiasi prodotto audiovisivo, di quella scena tu vedrai solo ed esclusivamente Tom Hardy.

Il regista Kristoffer Nyholm sembra essere d’accordo con me, e infatti Tom Hardy è ovunque, almeno l’80% delle scene sono schiacciate dal peso della sua enorme e massiccia figura, e funzionano tutte alla grande. Anche quelle poche dove lui non è presente funzionano, beninteso, ma quando Tom Hardy è sullo schermo, Tom Hardy è sullo schermo.

Certo, se ogni tanto ci ricordasse che è anche in grado di sorridere, nessuno se la prenderebbe. Ma questo è il mondo oscuro e misterioso di Taboo, dove i morti possono parlare una lingua sconosciuta, e qualche volta possono anche tornare in vita.

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