Recensione – Westworld 1×08: “Trace Decay”

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“La vita di un uomo o la sua morte non erano che un piccolo prezzo da pagare per l’acquisizione della conoscenza che ho cercato, per il dominio che dovrebbe acquisire”.

Il dottor Ford che cita Mary Shelley per risvegliare Bernard è un vero tocco di classe con il quale Nolan decide di iniziare Trace Decay, ottavo episodio della prima stagione, la cui conclusione è ormai imminente.

Quando molti si sarebbero presi un’ora prima degli ultimi due episodi per tirare le somme in vista del gran finale, Jonathan Nolan e Lisa Joy si permettono di gettare ulteriore carne al fuoco, sollevando altre domande senza curarsi di svelare alcuni degli enigmi aperti fin dalle scorse puntate.

Solo una cosa è stata confermata: le storie che la HBO ci sta raccontando si svolgono sicuramente su piani temporali diversi. E così, mentre si infittisce il mistero su cosa sia davvero il labirinto e su chi sia davvero Arnold, la complicata storyline di Dolores ci anticipa quello che potrebbe accadere nelle prossime due ultime puntate.

Sul web nelle scorse settimane sono circolate tantissime teorie a proposito di Westworld, alcune delle quali hanno finito col rivelarsi vere: c’era davvero un androide fra i membri dello staff umano, e la sceneggiatura non-lineare di Nolan è un gigantesco inganno per farci credere che le storie stiano avvenendo contemporaneamente, quando ormai è chiaro che non è così. Ma alcuni dettagli ancora sfuggono, in vista di episodio 9 (The Well-Tempered Clavier) ed episodio 10 (The Bicameral Mind).

Ad esempio: Bernard è Arnold in versione androide? William e l’Uomo in Nero sono la stessa persona in momenti diversi della propria vita?

E la mente di Dolores ora è sempre più instabile: sappiamo che la coscienza degli host è talmente avanzata che per loro i ricordi non sono fumosi come quelli degli umani, non tendono a svanire con l’avanzare del tempo, ma rimangono piantati nel loro core code, e così ripensare ad un avvenimento passato vuol dire letteralmente riviverlo.

Particolarmente intricata la situazione della bella contadina interpretata da Evan Rachel Wood, quindi: mentre sembra che Arnold sia in contatto con lei (ciò potrebbe anche voler dire che nel tempo in cui la storyline di William e di Dolores si sta svolgendo, Arnold potrebbe essere ancora vivo) Dolores continua a rivere una sparatoria che ha causato tantissime morti a Sweetwater, sparatoria che potrebbe essere stata lei stessa a causare.

Il fatto che la sua mente sia così illusoria è sottolineato anche da un monologo del dottor Ford a Bernard: “Potresti perderti nei tuoi ricordi come capita di fare agli host del parco, confondendo il passato col presente”. Dopo di che c’è uno stacco che ci riporta alla storyline di Dolores. L’implicazione è che Dolores potrebbe essersi persa del tutto nei meandri della sua mente, e quello che sta vedendo potrebbe essere diverso da quello che crede di vedere.

E se il suo incontro con William fosse avvenuto nel passato, e lei ora, nel presente, stia solo immaginando di viaggiare con lui, confondendo l’oggi coi ricordi? Un occhio attento potrebbe aver notato che in alcune scene del loro arco narrativo vediamo Dolores camminare completamente sola, quando per forza di cose nell’inquadratura avrebbe dovuto esserci anche William con lei, di fianco o subito dietro.

Il titolo dell’episodio, Trace Decay, fa riferimento proprio a questo fatto del dimenticare: la teoria della Traccia di Decadimento suggerisce infatti che l’apprendimento di nuove informazioni causerebbe cambiamenti fisici nella rete neurale del sistema di memoria, portandoci a dimenticare alcuni ricordi. Cosa che con gli host, però, non accade.

Un’altra sottigliezza che potrebbe essere sfuggita ai più è il triplo ruolo impersonato da Talulah Riley: lei era la host che accoglieva William nel parco all’inizio dell’episodio 2, e qui l’abbiamo rivista nei flashback di Dolores in città (probabilmente risalenti a poco prima dell’inaugurazione del parco, a giudicare da come i tecnici stessero verificando il comportamento degli host) e nel deserto insieme a Teddy e l’Uomo in Nero. Quest’ultimo la riconosce, scherzando sul fatto che pensava l’avessero “ritirata” tempo fa: ora, sappiamo che l’Uomo in Nero visita Westworld da oltre trent’anni, ed è chiaro che conosce l’host interpretato dalla Riley e si, potrebbe averla conosciuta in qualsiasi altro punto del parco e sotto qualsiasi altra identità … ma se quella bella host fosse proprio colei che lo accolse nel parco durante la sua prima visita, quando l’Uomo in Nero era ancora William?

Essendo Dolores la prima host in assoluto costruita per Westworld (questa, finora, è una delle poche certezze che abbiamo) possiamo facilmente ipotizzare che sia lei e solo lei la vera protagonista della storia, e che in lei sia nascosta la chiave per chiudere il cerchio di questa prima stagione. Ma, parlandoci chiaro, possiamo fidarci di qualcosa di quello che la sua storyline ci ha raccontato finora?

Lo so che questi articoli stanno diventando molto complicati, ma cercate di capire: parlare di una serie come Westworld è molto complicato, e visto che la qualità del prodotto finora è indubbia credo sia più divertente cercare di decifrare insieme a voi gli indizi lasciati in ogni episodio.

Non ci sono solo domande, comunque, perché qualche piccola rivelazione è stata fatta in Trace Decay. L’Uomo in Nero è un filantropo, un marito e un padre di famiglia. Ma per colpa della sua natura fredda e selvaggia, a causa dell’oscurità annidata nel suo cuore, il suo matrimonio è fallito al punto che sua moglie ha preferito il suicido e sua figlia lo incolpa di essere un uomo senza cuore. E ora il suo unico scopo nella vita è scoprire cosa si cela alla fine del labirinto, che da quel che si è capito dovrebbe aprire le porte ad un “nuovo livello del gioco, più profondo”, nel quale addirittura gli host sono in grado di uccidere i visitatori.

Molto interessante il modo in cui la backstory dell’Uomo in Nero si sia collegata a quella di Maeve. Per testare quanta malvagità ci fosse nel suo cuore l’Uomo in Nero si recò a Westworld per uccidere Maeve e la sua figlioletta, e il dolore che scatenò nella donna sparando alla bambina, secondo lui, fu la miccia che per la prima volta, almeno per un attimo, la rese umana. Noi sappiamo che anni dopo Maeve avrebbe raggiunto la piena coscienza di se, eppure è stato davvero intrigante scoprire che l’evoluzione della donna sia scaturita dalle azioni dell’Uomo in Nero.

Ma cosa è reale e cosa non lo è, è molto difficile dirlo. Maeve che cade morta al centro del disegno del labirinto sembra tanto uno di quegli slogan promozionali visti qualche episodio fa sui maxi-schermi dei laboratori. Di cosa possiamo fidarci e di cosa non dovremmo fidarci? Possibile che Arnold stia giocando anche con noi poveri spettatori, persi in questo inquietante parco giochi tanto quanto i protagonisti?

Per finire, adoro quando una canzone all’interno di una serie tv o di un film riesca a calzare come un guanto per una determinata scena, riassumendocela quasi in maniera didascalica. Mi riferisco ovviamente alla scena del saloon, con Back to Black di Amy Winehouse riarrangiata al pianoforte: Maeve è davvero morta “a hundred times”, come dice il testo originale della canzone, qui solo in versione acustica.

Occhio però, perché Ford ha commesso un errore cancellando la memoria del suo androide personale: Stubbs potrebbe aver capito che c’è qualcosa che non va con Bernard, e mentre il codice di Arnold si sta rivelando in tanti altri host (da Teddy a Hector) ora in grado di ricordare il passato, l’Uomo in Nero si prepara ad affrontare Wyatt, l’ultimo ostacolo prima di entrare nel labirinto (simpatica la scena del duello con l’uomo mascherato da toro, un chiaro riferimento al minotauro di cretiana memoria).

Stiamo per scoprire i segreti del gioco di Arnold. Qualcosa mi dice che non siamo pronti per ciò che troveremo.

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