Recensione – Narcos 2: l’altra faccia del diavolo

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La seconda stagione di Narcos è disponibile su Netflix dal 2 settembre.

Daredevil, House of Cards, Marco Polo, Bloodline. Netflix ha dimostrato di essere in grado di produrre serie di altissima qualità spaziando fra produzioni di generi molto diversi fra loro, e ognuna di queste serie sa proporre un tono unico, una voce ben riconoscibile, un look specifico.

E Narcos non è da meno, anzi. La prima stagione dello show incentrato sulla vera storia di Pablo Escobar, e degli uomini che gli diedero la caccia, era stata in grado di raggiungere picchi di notevole altezza, quasi vertiginosa. Forse anche troppo alti.

Avete presente quei limiti che per forza di cose saranno sempre insuperabili? Nell’atletica, per esempio: non me ne voglia Usain Bolt, ma il corpo umano prima o poi arriverà al massimo del suo potenziale, e quell’ultimo record rimarrà per sempre.

Stesso dicasi nel campo dell’intrattenimento: True Detective 2 non è stato un totale disastro – magari la qualità media fosse sempre quella di Velcoro e compagnia – però, semplicemente, non riusciva a stare dietro alla prima stagione.

E’ un rischio risaputo in questo formato di narrazione, e qualche volta può penalizzare. Sto dicendo che la differenza fra Narcos Narcos 2 è l’abisso qualitativo che separa True Detective 1 dalla sua seconda incarnazione? No, affatto, per fortuna non siamo arrivati a questo punto. Però, c’è un però …

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Prima di tutto, c’è da considerare l’aspetto biografico della faccenda: Pablo Escobar fu ucciso dalla polizia colombiana, e non avevamo bisogno di Netflix per saperlo, giusto? Sapevamo che la seconda stagione avrebbe raccontato la definitiva caduta del re del narcotraffico, okay, ma, nonostante questo, in fin dei conti non è forse vero che è il viaggio che conta, e non la destinazione?

Di solito è così. Se non fosse che il viaggio che Narcos 2 compie per arrivare all’ultimo episodio, che avrebbe per forza di cose dovuto mostrare la morte di Pablo, nella sua parte centrale è piuttosto ripetitivo. Inoltre, purtroppo e erroneamente, tende eccessivamente a romanticizzare la figura di Pablo – un pluriassassino/terrorista/trafficante di droga che nel corso della sua vita ha ucciso, o comunque fatto uccidere, centinaia, forse migliaia di persone, fra uomini, donne e bambini – che magari non è l’eroe della vicenda (e ci mancherebbe) ma comunque è il suo protagonista indiscusso.

E capisco anche perché: Wagner Moura è semplicemente perfetto (e qualsiasi premio gli verrà assegnato per la sua interpretazione sarà senza dubbio meritato), e la morte di Pablo risulta dolceamara solo perché sai che non vedrai più Moura atteggiarsi, muoversi, grugnire il mento e inarcare le spalle minacciosamente.

Non c’è più quella sensazione documentaristica dell’anno scorso, quando siamo di fronte a Pablo: Moura riesce a farci entrare nella sua testa, nel suo cuore, nel suo spirito, e alla fine cadiamo con lui.

Intendiamoci, identificarsi con il protagonista della storia è davvero difficile (se doveste riuscirci, un consiglio, costituitevi subito) ma la serie sembra ripetere lo stesso errore di, ad esempio, Breaking Bad: soprattutto negli ultimi tre episodi, quando Pablo si nasconde lontano dalla sua famiglia, lontano da sua moglie, è quasi patetico il modo in cui Escobar viene dipinto: sembra vogliano spingerci a tifare per lui, come se dovesse farci pena; non si ha quella sensazione da stretta al collo, quell’indice additatore che punta verso lo spettatore e dice ecco quello che ti aspetta se …

Ciò avviene solo nell’ultimo episodio, nella tanto attesa scena dell’uccisione di Pablo, ricreata alla perfezione in base alle foto d’epoca.  In quella sequenza vediamo Pablo per quello che è: un criminale assassino, che fugge dalla giustizia e spara per uccidere fino all’ultimo respiro. Vediamo l’altra faccia del diavolo, quella che la produzione fino a quel momento sembra avesse tentato di tenerci nascosta.

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Quando Moura e il suo Pablo Escobar non sono sullo schermo lo show ne risente notevolmente. Quello che dovrebbe essere il protagonista della storia, l’agente della DEA Murphy (Boyd Holbrook) funge esclusivamente da narratore e occasionalmente viene usato per le scene d’azione.

Più interessante il personaggio di Pedro Pascal, l’agente Peña, coinvolto in un controverso rapporto bilaterale con uno squadrone della morte governativo che dà la caccia ad Escobar.

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Non ci sono buoni in questa storia. Tutti i personaggi sono spregevoli, e anche i poliziotti (persino il presidente della Colombia) agiscono cercando la via più veloce per aggirare la legge.

Ci affezioniamo a Tata, la moglie di Pablo, interpretata dalla dolcissima Paulina Gaitan, soprattutto quando è sotto custodia protettiva e soprattutto perché è l’unica che cerca in qualche modo di convincere Pablo a ragionare e costituirsi. P

erò, se ci pensate bene, Tata Escobar era pienamente consapevole delle atrocità commesse da suo marito, e nonostante questo lo amava. Lo amava davvero. Profondamente. Il che dà da pensare, eh?

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L’arco narrativo di Limon – un tassista che viene reclutato da Pablo e si innamora del suo sogno – rientra fra le cose più riuscite, ed è interessante vedere con quale velocità quel mondo (che poi è il nostro mondo) riesca a risucchiarti completamente.

A livello tecnico da segnalare la sequenza della sparatoria a casa Escobar, con una ripresa lunga girata in steadycam che si sposta da un personaggio all’altro ogni volta che il precedente viene ucciso, passando dagli uomini di Escobar agli aggressori senza badare ai colori della gang: la messa in scena della chiara metafora del circolo di violenza che continua a girare e inghiottire chi ne fa parte merita un plauso.

Ottime le canzoni, rigorosamente in lingua spagnola, che riescono a farti immergere in ogni barrio malfamato, da Bogotà a Madellin.

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