Deus Ex: Mankind Divided è una ciclopica allegoria. È un racconto, imparziale e non mitigato da morali e opinioni, che ci trasla da partecipanti della realtà in cui viviamo a semplici spettatori di un contesto a cui siamo per fortuna estranei. Un elementare espediente per fornire i giocatori di una visione d’insieme sui pericoli a cui va incontro una società attanagliata dalla paura e dal sospetto. Badate bene però, nonostante la critica sociale inserita nelle linee di testo, nei dialoghi e nella narrativa ambientale il prodotto di Eidos Montreal non vuole impartire nessuna lezione, desidera semplicemente regalare una fotografia da osservare con accuratezza e voglia di riflessione. Certo, le nuove avventure di Adam Jensen possono essere giocate anche astraendosi dal contesto generale, ma se volete davvero sfruttare al 100% ciò che il titolo offre allora non fermatevi al primo sguardo ed indagate con curiosità le desolate strade di Praga.

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IL PREZZO DELL’UMANITA’

Non aver giocato a Human Revolution non costituisce un particolare problema. In tal senso, nonostante i forti collegamenti narrativi che intercorrono tra i due videogiochi, il lavoro compiuto dagli sviluppatori risulta ottimo. Si è infatti introdotti all’esperienza da un breve filmato di dodici minuti che riassume con precisione gli eventi narrati nel capitolo precedente ed allo stesso tempo ci fornisce un’infarinatura generale in vista della nostra lunga permanenza nel mondo disegnato dai ragazzi di Eidos Montreal.

La situazione politica e sociale che fa da sfondo alle vicende è più caotica e disperata che mai. L’umanità si è divisa in due schieramenti opposti, entrambi carichi d’odio e rancore verso quei nemici che prima erano amici, fratelli, vicini di casa. L’incidente avvenuto 2 anni prima rispetto agli accadimenti di Mankind Divided e narrato nelle sezioni finali del predecessore non solo ha causato milioni di morti ma ha anche condannato coloro che hanno fruito del progresso scientifico e dei potenziamenti ad un’esistenza maledetta all’insegna di discriminazione e paura.

Praga, città libera e fiorente negli anni che hanno preceduto le tragedie accadute in Human Revolution, si è trasformata, perdendo caffè, ristoranti e negozi e rimpiazzandoli invece con checkpoint militarizzati, filo spinato e fredde barriere in cemento. La popolazione potenziata è stata relegata in ghetti sovraffollati al di fuori della capitale, baraccopoli provvisorie trasformatesi nel permanente incubo di migliaia di persone. Si respira per le strade il clima di tensione che solitamente precede conflitti e catastrofi, il clima in cui ognuno si guarda dietro le spalle ed è più che pronto a puntare il dito verso i suoi simili.

In questo contesto Adam Jensen è chiamato ad indagare su un misterioso attentato dinamitardo il cui primo sospetto è l’ARC, un fronte ribelle non violento che in preda all’incertezza ed ai dissidi interni tenta in qualche modo di opporsi alla sempre più stringente morsa repressiva di governo e polizia. Il panorama tratteggiato dal team di sviluppo si prefigura quindi come una delle ricostruzioni più attente e precise della decadenza in cui può incorrere la società.

È un declino facilmente riconoscibile anche semplicemente passeggiando per le strade e volgendo lo sguardo verso le prove di come il degrado e la povertà stiano iniziando ad erodere intere zone della città. Lo si può evincere anche dalla politica, affamata della disperazione dei cittadini o dagli intrighi e dagli scandali che in virtù degli interessi dei pochi si abbattono impietosamente sulle persone comuni.

Nonostante si tratti di uno degli esempi più lampanti di come dovrebbe essere strutturata la narrativa ambientale in un videogioco, la trama vera e propria di Deus Ex: Mankind Divided non riesce però a sfruttare appieno tutto ciò. In particolare la forte discontinuità della storyline, scandita da sezioni molto interessanti che vivono della volontà d’indagine del giocatore e sezioni invece più riflessive, che hanno un senso compiuto solo se interpretate come anelli di congiunzione tra i vari eventi della storia, accentua una generale rilassatezza e mancanza di ritmo.

Si avverte spesso, nonostante gli sforzi degli sviluppatori nella creazione di un mondo opprimente, la sensazione di assenza di una vera e propria minaccia, l’inesistenza di una corsa contro il tempo per evitare ulteriori catastrofi.

Mancano infatti dei veri e propri momenti di stupore, quegli attimi capaci di ribaltare in un attimo la nostra conoscenza e le nostre opinioni sulle vicende narrate. È una mancanza di patos ed originalità a cui purtroppo non può sopperire solamente un’ambientazione magistralmente realizzata.

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LIBERTÀ’ D’AZIONE

Uno dei punti di forza del primo Deus Ex e in seguito di Human Revolution era stata sicuramente la grande libertà d’approccio concessa al giocatore. Partendo dalla scelta su quali abilità potenziare in modo da creare un personaggio il più possibile congeniale al nostro stile di gioco fino alle decisioni sulle modalità di completamento di determinate missioni, la saga con protagonista Adam Jensen ha da sempre puntato fortemente su questo aspetto (eccezion fatta per il secondo capitolo).

Mankind Divided non cambia la formula generale, limitandosi a migliorarla dove serve ed a limarne le imperfezioni. Non tutto però funziona a dovere nel nuovo capitolo targato Eidos Montreal, a partire da una generale macchinosità nelle meccaniche di gioco.

Per quanto sia assolutamente arbitrario lo stile di gioco da poter adottare, la scelta più sensata appare chiara fin dall’inizio. Conviene infatti affrontare missioni principali e secondarie cercando di evitare nemici e telecamere in modo da ridurre al minimo i conflitti a fuoco. Da questo punto di vista le nuove avventure del nostro eroe potenziato ricordano fortemente Dishonored, videogioco sviluppato da Arkhane Studios.

Entrambi i titoli condividono infatti una notevole profondità per quanto riguarda le meccaniche stealth e tutti gli elementi da gioco di ruolo (potenziamenti e gadget) che vi gravitano attorno. Risultano però deficitari in caso si scelga un approccio più aperto, diventando addirittura più complicati da portare a termine. Deus Ex: Mankind Divided è invero un gioco moderatamente difficile.

Non stiamo parlando della difficoltà che potremmo per esempio trovare in un Dark Souls, quanto piuttosto del risultato di un ottimo bilanciamento ottenuto dagli sviluppatori, bilanciamento che però si deteriora qualora si tratti il gioco come un normale first person shooter. Una tale decisione consisterebbe infatti nell’affidarsi a meccaniche di combattimento ostiche da padroneggiare per come sono strutturate, con un sistema di mira impreciso nei controlli (estremamente inusuale per un fps), una gestione delle coperture inspiegabilmente legnosa ed un’intelligenza artificiale che negli scontri a fuoco non riesce certamente a brillare.

È un insieme di carenze che difficilmente possono rendere soddisfacente la fruizione del titolo. Una maggiore discrezione al contrario risulta molto apprezzabile, sia a causa degli strumenti offerti dagli sviluppatori per aggirare gli ostacoli che si presenteranno sul nostro cammino sia perché il level design del titolo fa di tutto per incentivare un simile approccio.

Non vi sono però solamente magagne all’interno di Deus Ex: Mankind Divided. Molte delle proprietà del titolo risultano infatti ben sviluppate, a partire da un sistema di potenziamento del personaggio profondo ed articolato, in grado di assecondare il nostro stile di gioco.

Esistono infatti numerosi upgrade utili a rendere Adam Jensen un vero uomo del futuro e molti di essi avranno importanza anche in un’ottica esterna ai combattimenti, andando ad incidere sui dialoghi e sulla psicologia dei personaggi (in alcuni casi saranno essenziali per evitare ulteriori scontri), o sulle meccaniche di hacking, che ritornano anche in questo capitolo dopo essere state introdotte nel precedente Human Revolution.

Il loro potenziamento permetterà infatti di farci superare sistemi di sicurezza sempre più complessi o di disabilitare telecamere e sensori mantenendoci a distanza.

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IL PROGRESSO NON PASSA DA QUI

Ciò che purtroppo stona in Deus Ex: Mankind Divided è il comparto tecnico. La costruzione del mondo di gioco e tutto il lavoro artistico necessario per caratterizzarlo e renderlo così affascinante fanno comunque fatica a nascondere la generale povertà che contraddistingue il suo impatto grafico.

È vero che si tratta pur sempre di un titolo open-world ma recenti casi (The Witcher 3 su tutti) ci hanno fatto capire quanto questo non debba necessariamente significare una minore qualità di settaggi ed effettistica. Molto probabilmente gran parte degli sforzi degli sviluppatori si sono riversati nella creazione di aree di gioco il cui level design ne esaltasse verticalità ed interconnessione e nel confezionamento di un comparto artistico di prim’ordine. Due fattori che non solo comportano una maggior dose di realismo nella riproduzione delle architetture di una città ma aumentano ulteriormente le libertà d’approccio del titolo e la varietà di situazioni possibili.

Le colorazioni utilizzate poi, con una tavolozza che alterna colori freddi ed asettici ad altri più caldi e spenti, riescono non solo a tratteggiare un ambiente visivamente bello da osservare ma anche ad amplificare la sensazione di contrasto che si vive spostandosi all’interno degli ambienti. Un costante scontro tra ciò che costituisce le fondamenta della società come la conosciamo ora ed il suo inarrestabile progresso.

Un’attenzione che non si limita solo alla progettazione della mappa di gioco ma si sposta anche verso la caratterizzazione dei personaggi e della loro fisicità. Da questo punto di vista infatti il character design è più che ottimo, ennesimo sintomo dell’estrema cura che gli sviluppatori hanno dedicato alla creazione di un contesto che fosse il più profondo e strutturato possibile.

Da qui iniziano però le limitazioni di uno sviluppo che non riesce pienamente ad andare incontro alle volontà del team al lavoro su Deus Ex: Mankind Divided. Si tratta di difetti facilmente riscontrabili durante tutta la durata del gioco che vanno a penalizzare gli sforzi riposti in altri ambiti.

In particolare risultano frustranti evidenti problemi nella sincronia del doppiaggio e una generale e quanto mai inspiegabile mancanza di definizione per quanto riguarda le cutscene. Capita quindi che innumerevoli dialoghi perdano il loro patos a causa di modelli poligonali ed animazioni facciali adatti forse a console di passata generazione o che ambientazioni sceniche non riescano a convogliare la loro maestosità per texture poco definite.

In tal senso la lista degli intoppi è piuttosto corposa tanto più che nonostante le forti carenze tecniche il gioco non risulta particolarmente fluido, e per quanto la situazione sia migliorata grazie ad alcune patch prontamente rilasciate purtroppo persistono ancora occasionali cali di framerate.

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Deus Ex: Mankind Divided è la degna continuazione di un titolo, quell’Human Revolution uscito nel 2011, che ha riportato in auge uno degli universi videoludici più apprezzati di sempre.

Le carte giocate dal team di sviluppo sono effettivamente buone, a partire dalla costruzione di un contesto politico e sociale che ha ben pochi rivali nel panorama odierno.

Il lavoro compiuto nella progettazione degli ambienti di Praga, nella riproduzione su schermo di scenari opprimenti e claustrofobici come le strade e i vicoli che siamo costretti a percorrere, nel pitturare con distaccata obiettività gli intrighi e le trame che caratterizzano ogni società umana attraverso un’eccellente narrativa ambientale rendono questo capitolo imperdibile non soltanto per i fan della saga. Rimangono, purtroppo ed inspiegabilmente, i problemi che hanno caratterizzato il capitolo precedente, primo su tutti una forte legnosità delle meccaniche di gioco.

Se a ciò si va ad aggiungere un comparto tecnico deficitario si capisce come nel futuro di Adam Jensen siano necessari altri miglioramenti.

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