In una realtà distopica, l’umanità è scomparsa, la fauna è estinta, l’ambiente è inquinato e il pianeta è popolato da nuove specie antropomorfe soltanto simili all’uomo, creature elementari che agiscono in base ai loro istinti primordiali, costrette al cannibalismo dalla fame. UT è un essere violento ed infantile che ha il compito di scovare gli insetti superstiti per l’entomologo Decio e sorvegliare un’antica mastaba. Dalla tomba emerge accidentalmente un essere di nome Iranon, unico della sua specie, che attira le attenzioni della Congrega della Fame. UT viene così incaricato di proteggerlo.

E’ difficile inserire UT in un genere specifico. La nuova miniserie Bonelli è venata di sfumature fantasy e post-apocalittiche ma non rientra a pieno titolo in nessuna delle due correnti. La verità è che si tratta dell’universo visionario e personale di Corrado Roi, strutturato secondo le proprie regole, partorito dopo lunghissima gestazione e scaturito dalla commistione di svariate influenze che vanno dal cinema espressionista tedesco alla letteratura gotica con riferimenti alla cultura di civiltà arcaiche.

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Il disegnatore varesino ha prestato per anni la sua sensibilità alle testate di casa Bonelli, in special modo su Dylan Dog e su Brendon, post-apocalittico puro in quel caso, e finalmente esordisce in veste di soggettista affidando la sceneggiatura alla corregionale Paola Barbato, già sua collaboratrice sulle pagine dell’indagatore dell’incubo.

Nonostante si tratti di una realtà eccentrica e straniante, la Barbato non la introduce attraverso un prologo didascalico ma prende per mano il lettore e lo accompagna tra le tenebrose e pericolose Vie della Fame dove si aggira una pseudoumanità inquietante e cannibale, lasciando così che sia la narrazione a spiegarne le dinamiche. I personaggi sono esseri istintivi, quindi non vi sono momenti di riflessione né balloon pensiero. Ne risulta una trama incalzante ed ogni pagina è fondamentale per lo sviluppo dell’intreccio narrativo.

La miglior peculiarità della sceneggiatrice milanese è da sempre la caratterizzazione psicologica e qui il suo lavoro si fa ancor più sfaccettato. Tra creature così disempatiche, il lettore riesce a stabilire un flebile legame emotivo con il protagonista UT, un essere infantile, sanguinario ed inquietante, che si dimostra però in grado di provare una forma di attaccamento affettivo al gatto Leopoldo.

Scritto in caratteri sanguinosi sulla cover dell’albo a citare IT di Stephen King, Ut è un’espressione risalente all’antico Egitto che sta ad indicare le bende usate nella mummificazione e gli assistenti dei medici. Non a caso, il protagonista serve in una mastaba, sorella minore delle piramidi, ed ha a che fare con animali considerati sacri presso l’antica civiltà del Nilo, il gatto appunto e gli insetti che è chiamato a catturare dall’entomologo Decio (nome che potrebbe essere un omaggio a Decio Canzio, storico fumettista e direttore generale della Bonelli).

I tasselli che costituiscono il mistero alla base della vicenda denotano tutti riferimenti ad autori gotici. La narrativa di Howard Phillips Lovecraft fornisce il nome all’imperscrutabile ed ambito Iranon. William Hope Hodgson, uno degli autori preferiti dello scrittore di Providence, viene citato con il diario di Hog, ingranaggio fondamentale per la risoluzione dell’enigma, nel quale troviamo un tributo ad Umberto Eco. Ligeia, Berenice e Carola risulteranno appellativi familiari ai lettori di Edgar Allan Poe.

Gli istinti primitivi sono alla base della struttura sociale e delle zone urbanistiche del mondo creato da Roi. In questo primo numero esploriamo le Vie della Fame, la cui congrega è dominata dal malvagio Caligari che indossa un cappotto da Nosferatu, ovvi omaggi ai capolavori del cinema tedesco anni ’20. Gli fa da contrappunto la piccola Yersinia, vero motore emotivo della storia, una bambina che si nutre di fiabe e che denota suggestioni felliniane o rimanda a certi personaggi onirico-fiabeschi di Neil Gaiman. La lotta di classe è riconducibile e il cannibalismo è il pretesto per azione e splatter ma solo quando funzionali alla narrazione.

UT non può esistere al di fuori della concezione estetica del suo creatore. La storia e i disegni sono legati in maniera indissolubile e simbiotica. La costruzione delle tavole resta piuttosto convenzionale per i canoni bonelliani ma Roi si concede di tanto in tanto delle spettacolari vignettone per i momenti più suggestivi della narrazione.

In riferimento al sopracitato cinema espressionista, il contrasto tra i bianchi e i neri diventa fondamentale, soprattutto per i primi piani di volti tenebrosi e disturbanti, a tratti grotteschi. Gli sguardi dei personaggi rivolti al lettore sono il marchio di fabbrica di Roi, ricorrenti un po’ come nei film di Kubrick, a cominciare dall’occhio in primo piano. Inoltre, gli occhi sono l’unica parte del volto di UT che ci viene mostrata. Se il Kraken lovecraftiano era descritto come un cefalopode con occhi senza palpebre, una delle vignette più suggestive dell’albo presenta periscopi tentacolari con i bulbi oculari visibili attraverso le lenti.

Le scenografie presentano architetture spigolose e deformate, le onomatopee diventano invadenti e cacofoniche e Roi dilata gli spazi scontornando le vignette. Tra le soluzioni più interessanti, un dialogo nel quale l’autore inquadra solo le mani dei due interlocutori. In un paio d’occasioni siamo alle spalle di un personaggio che si trova perfettamente al centro di una vignetta orizzontale. E’ il caso del gatto Leopoldo che assiste al combattimento di Ut quasi come fosse proiettato su uno schermo cinematografico. Più teatrale l’immagine della piccola Yersinia di fronte alla Congrega delle Vie della Fame.

Alla fine di questo primo albo restano tante domande irrisolte ma anche la sensazione di aver iniziato a familiarizzare e ad adattarsi alle regole di una realtà del tutto nuova. Fin dalle prime battute risulta chiaro che UT sia una delle testate più singolari tra le serie Bonelli, forte del connubio tra due autori che riescono ad essere complementari con rara efficacia. Per anni abbiamo ammirato le ombre di Corrado Roi prestate ad altri personaggi. Finalmente abbiamo la possibilità di addentrarci nel mondo di tenebra di un artista assoluto.

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2 Commenti

  1. ho sempre pensato che la barbato fosse una grande autrice e personalmente non mi ha mai deluso . ma con questa ambientazione credo che abbia superato se stessa .
    un plauso meritatissimo alla bonelli per storie cosi fuori dalla norma e convenzione .
    ben vengano storie atipiche e anticonformiste .
    i polizieschi e le avventurette hanno fatto il suo tempo .

  2. La nuova frontiera del Fumetto bonelliano e la sua salvezza è proprio in miniserie come queste. Lunghe storie, compiute in pochi numeri. Un pò come le serie americane della TBO e simili, il cui livello qualitativo non ha paragoni con le serie TV del passato, la cui forse unica cosa che rimarrà memorabile sarà la musica stile anni ’70 tipica di quelle ambientate negli anni fine 70, primi anni 80, quando la disco era quasi psichedelica e l’elettronica ancora non aveva invaso la scena {un titolo su tutti: Baretta!}. Le collane infinite, per quanto le abbia amate, ormai sono fuori tempo. Non è una cosa che dico con gioia però non posso rifutare, o peggio, negare la realtà.

    Io poi ho sempre amato il segno di Corrado Roi. ora non aspetto altro che vedere qualcosa di simile e così nuovo ad opera di Nicola Mari, che considero grande quanto e forse più di Manara e quasi al pari di Toppi e Crepax per segno ed atmosfera.

    Evviva UT!

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