Porco Rosso di Hayao Miyazaki: l’onore al tempo degli idrovolanti – Recensione

Pubblicato il 5 Gennaio 2016 alle 15:20

Anche a distanza di decenni ci sono alcuni film che riescono a stupire gli spettatori, a far immaginare loro mondi ed avvenimenti che non credevano possibili. Si tratta di film con un’identità precisa, quasi avessero un marchio di fabbrica stampato sul primo fotogramma. È il caso di molti film dello Studio Ghibli, la fabbrica dei sogni che ha accompagnato numerosi momenti delle nostre vite.

“L’arco di durata di una vita creativa è di un decennio” diceva Gianni Caproni in “Si Alza Il Vento“, affermazione tuttavia non vera nel caso del regista giapponese. Dal Castello di Cagliostro fino a Si Alza il Vento sono passati oltre 20 anni, caratterizzati da una serie infinita di capolavori. Porco Rosso è indubbiamente uno di questi.

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Il carisma, la capacità di esercitare un forte ascendente sugli altri, quasi mai dipende dall’aspetto esteriore, è più una qualità insita in alcune persone, un qualcosa che non può essere in alcun modo imitato o replicato. E’ il caso di Marco Pagot, alias Porco Rosso, protagonista di uno dei film più belli su cui Hayao Miyazaki abbia mai lavorato.

Finito di produrre ed uscito originariamente in Giappone nel 1992, in Italia è arrivato solamente nel 2010 inizialmente solo sottotitolato ed in seguito completamente doppiato con il titolo di Porco Rosso, anzichè il Maiale Rosso. Lucky Red successivamente ne ha curato la distribuzione in DVD nel 2011 ed in Blu-Ray nel 2014.

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Il film segue le vicende di Marco Pagot, eccellente pilota dell’Aeronautica Italiana che in seguito ad un misterioso sortilegio viene trasformato appunto in un maiale dalle fattezze vagamente umane. Abbandonata l’Italia Porco Rosso diventa quindi un cacciatore di taglie, perennemente in conflitto con i parodistici pirati dell’aria. Da qui nasce la sfida con Donald Curtis, bravissimo pilota di idrovolanti americano, assoldato dai nemici di Porco Rosso per eliminarlo definitivamente.

Sullo sfondo di questa lotta tra due modi diversi di intendere l’aeronautica e la passione per il volo si staglia un intreccio di storie e di sogni ostacolati da uno dei periodi storici più bui che le terre baciate dal sole del Mediterraneo abbiano mai dovuto sopportare: il fascismo.

Un maiale che non vola è solo un maiale

Non a caso, per tutta la durata del film questi eventi storici aleggiano sopra i protagonisti, facendo percepire a chi guarda il film un certo velo di instabilità che permea il mondo di Porco Rosso. Il modo in cui i personaggi sono tratteggiati, da Marco Pagot alle figure secondarie, riesce a rendere ognuno di loro indimenticabile.

Il carisma della figura di Porco Rosso, la pazienza e la bellezza di Gina, l’innocenza e la voglia di perseguire i propri sogni di Fio, sono tutti aspetti che non possono che far immedesimare lo spettatore e fargli amare gli abitanti del film di Miyazaki.

La semplicità che circonda ciascuno di loro spinge con prepotenza in secondo piano tutti i frivoli problemi che attanagliano il mondo descritto dal regista giapponese, quasi come essi fossero una tempesta, un ciclone che però in nessun modo riesce a raggiungere quell’isola tranquilla e soleggiata che vorrebbe distruggere. Basti pensare al modo in cui lo stesso Porco Rosso si rapporta con i pirati dell’aria ed in seguito con i fascisti.

Se con i primi assume quasi un atteggiamento supereroistico obbligandosi a sconfiggerli senza fare mai una vittima, con i secondi addirittura liquida la questione in partenza con una semplice frase: “Piuttosto che diventare fascista, meglio essere un maiale.”

Si percepisce in più punti del film che uno dei cardini di Porco Rosso risieda nel concetto di onore ed è molto interessante vedere come uno degli aspetti più importanti della cultura giapponese si incontri con un ambiente molto più occidentale e come riesca a scendere a termini con questo.

Marco Pagot sembra così un sunto, un’unione sperimentale tra diverse culture in un mondo in cui si combatte con l’onore proprio dei samurai giapponesi, ci si approccia alla vita e alle difficoltà con la leggerezza e semplicità propria del Bel Paese e si canta e ci si innamora in francese.

Luoghi comuni o no, il risultato è la creazione di un mondo a parte che se in prima istanza sembra essere legato alla storia ed ai suoi avvenimenti, allo stesso momento sembra non sottomettersi allo scorrere del tempo.

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Tutto questo viene raccontato tramite disegni stupefacenti, in linea con gli standard cui lo Studio Ghibli ha abituato chi ama i suoi prodotti. La realizzazione tecnica delle illustrazioni risulta anche molto più pulita rispetto ad alcuni dei precedenti lavori sia di Miyazaki che di Isao Takahata, arrivando a sorprendere molto spesso lo spettatore soprattutto durante le sezioni ambientate nel cielo.

Ad accompagnarle provvede la colonna sonora elaborata da Joe Hisaishi e Tokiko Kato, la quale canta anche la canzone finale del film. Anche in questo caso il lavoro compiuto sulle musiche è eccellente, e nonostante magari le singole canzoni siano meno evocative di altre presenti in film come La Città Incantata o Il Castello Errante di Howl, l’amalgama che si crea tra immagini e suoni è semplicemente perfetto. Un applauso va fatto anche al doppiaggio italiano curato da Gualtiero Cannarsi e nel quale spiccano le stupende voci di Massimo Corvo (Porco Rosso), Roberta Pellini (Gina) e Fabrizio Pucci (Donald Curtis).

Un appunto va però fatto riguardo il film. Anzi, una precisazione. Porco Rosso non è un classico film di Miyazaki, arrivando addirittura a discostarsi di molto da altre produzioni del regista. Manca infatti quasi totalmente quell’aspetto onirico che contraddistingue molti dei film dello Studio Ghibli, a favore di un modo di raccontare una storia molto più semplice, adulto.

Non a caso non si tratta di un film dedicato ai bambini e nonostante il frequente umorismo, i giochi di parole e le battute, ciò che sta realmente dietro il lavoro del regista può essere compreso a fatica anche da chi di anni sulle spalle ne ha molti di più di un ragazzino.

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Tuttavia non si può negare che ogni volta che si guarda un film di Miyazaki, anzi, più in generale, dello Studio Ghibli, si ha come l’impressione ad ascoltare una favola, in quell’atmosfera in cui da bambini ci si faceva raccontare una storia dai genitori o si ascoltava i racconti del nonno.

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Questo è sempre stato uno dei vantaggi dell’animazione rispetto ai normali lungometraggi, ossia la capacità non di farti assistere ad una storia ma di fartela vivere in prima persona, di fartela pensare ed immaginare tramite dei semplici disegni che, in un modo o nell’altro, magicamente o no, fanno riaffiorare ricordi e pensieri.

Nel caso avvenga un fenomeno del genere allora il film in questione è riuscito nel suo intento e non si è accontentato di fornire solamente qualche oretta di svago.

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