Metal Gear Solid V, Kojima lascia la Konami con il suo progetto più ambizioso – Recensione

Pubblicato il 19 Settembre 2015 alle 09:51

Kojima lascia la Konami con il suo progetto più ambizioso: l’ultimo capitolo di una delle saghe videoludiche più amate e apprezzate di tutti i tempi.

“Non è una nazione che abitiamo, ma un linguaggio. Non sbagliare: la nostra lingua madre è la nostra vera patria” – Emil Cioran

Vendetta. A volte si tratta semplicemente di questo.

Dopo gli eventi di Ground Zeroes (vero e proprio prologo per The Phantom Pain) molte erano le cose rimaste in sospeso: chi è Skull Face, e cos’è la misteriosa organizzazione chiamata XOF? Qual è il suo legame con Cipher? E Zero? Ma soprattutto, dopo la tragica morte di Paz, che ne è stato di Big Boss? E’ ancora vivo? E se si, dove si nasconde?

Compra: Metal Gear Solid V

Metal Gear Solid: The Phantom Pain parte da qui per raccontare l’ultima storia di Snake, e chiudere così quel cerchio che il maestro Hideo Kojima iniziò più di vent’anni fa con il primo capitolo Metal Gear Solid. 

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Da allora, le avventure nel presente si sono alternate ad episodi-flashback che avevano il compito di raccontarci cosa era successo prima, e mentre gli anni passavano o tornavano indietro, i fan avevano un quadro generale sempre più completo del mondo creato dal visionario game designer.

Come se ogni videogioco fosse un pezzo di puzzle da incastrare con il precedente o con il successivo. The Phantom Pain, nono capitolo della saga, è ambientato dopo gli eventi di Peace Walker e Ground Zeroes e narra il ritorno in scena di Big Boss, il soldato definitivo, risvegliatosi da un coma durato 9 anni.

E una volta tornato in scena, farà di tutto per riprendersi quello che ha perso e ottenere la sua vendetta.

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Storia

Kojima stesso aveva annunciato che in The Phantom Pain si sarebbe imposto di trattare tematiche forti (non che i precedenti episodi parlassero di caramelle) e infatti gli argomenti affrontati nel corso della campagna sono piuttosto crudi: lo sfruttamento dei bambini in guerra, la schiavitù in Africa, la tortura (alcune scene hot, con protagonista una certa cecchina seminuda che è finita al centro di mille polemiche molto prima che il gioco uscisse…).

La vicenda si apre ad Outer Heaven, la nazione paramilitare creata da Big Boss, in un futuro imprecisato. Boss è davanti allo specchio, con un orribile ed emblematico corno di metallo che gli spunta dal cranio.

Fa partire “The Man Who Sold the World”, di Midge Ure, e le note della canzone si mischiano al richiamo della battaglia che infuria all’esterno. Dopo di che torniamo al presente, e Big Boss si sveglia dal coma.

Il dottore lo informa che è in quello stato da nove anni. L’esplosione che ha ucciso Paz ha quasi ucciso anche lui, privandolo di un braccio e conficcandogli numerose schegge di metallo nell’addome e nel cranio.

Una di queste spunta dalla sua fronte, come il corno di un diavolo dall’animo nero e tormentato. Ed è così che si sente Big Boss adesso.

Quando l’ospedale in cui si trova viene attaccato da un gruppo di terroristi che lo vuole morto per sempre, Big Boss dovrà ricordare le tecniche di combattimento che un tempo padroneggiava per riuscire a sopravvivere.

Ad aiutarlo un misterioso uomo con il volto bendato e Ocelot (qui ancora uno sconosciuto per Boss, ma non per i fan della saga: Revolver Ocelot è uno dei personaggi più amati di Metal Gear, apparso nel primissimo Metal Gear Solid).

Una volta terminato il lungo (e, cinematograficamente parlando, spettacolare) prologo, inizia il gioco vero e proprio: Big Boss decide insieme a Ocelot e Miller di fondare i Diamond Dogs, un’organizzazione paramilitare privata che non risponde a nessuna nazione o autorità, se non a quella di Boss: che ora, per giunta, si fa chiamare Venom Snake, per sottolineare quanto sia potente e corrosivo l’odio che scorre nelle sue vene.

Lo scopo del gioco, e la missione di Snake, non può essere più semplice: scovare Cipher, scovare Zero, scovare Skull Face … E ucciderli tutti. Nel frattempo, potrebbe anche venirgli voglia di salvare il mondo.

Gameplay

In The Phantom Pain c’è tutto quello che un videogioco moderno dovrebbe avere: un’inequivocabile natura stealth, tanta azione, un’ immensa struttura open-world e addirittura delle fasi gestionali sia dettagliatissime che divertentissime. Hideo Kojima ha ripreso le fasi gestionali di Peace Walker e le ha migliorate, inserendole in un mondo aperto completamente esplorabile e ricchissimo di cose da fare.

Le fasi stealth, come ogni Metal Gear che si rispetti, sono l’anima del gioco e non farsi scoprire dai numerosi nemici che sorvegliano le basi e gli avamposti è essenziale per completare al meglio le tantissime missioni che ci proporrà la campagna.

Ma qualora dovessimo farci scoprire non apparirà la scritta GAME OVER, e le dinamiche stealth lasceranno il campo all’azione più pura e adrenalinica, in salsa Mission Impossible.

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E’ estremamente soddisfacente zigzagare fra i nemici e nascondersi nell’ombra senza farsi scoprire, ma è anche incredibilmente divertente farsi largo a suon di fucili mentre i proiettili volano sopra la nostra testa. Insomma, tanti approcci diversi e nessuno di questi è sbagliato: tutto dipende da voi.

Importantissimo è il binocolo tattico, col quale potremo individuare i nemici, taggarli, seguire i loro spostamenti e (solo dopo averlo adeguatamente potenziato) analizzare le loro caratteristiche per decidere se vale la pena reclutarli o meno.

Sul campo potremo anche decidere di farci accompagnare da una spalla, scegliendo fra D-Horse, un cavallo molto utile per spostarsi velocemente, DD, un lupo addestrato che individua per noi i nemici e all’occorrenza li distrae o li attacca, oppure Quiet, una sexy cecchina muta dotata di poteri sovrannaturali, tanto letale quanto bella ed enigmatica.

Inoltre, la componente gestionale del titolo non solo è estremamente dettagliata e divertente da scoprire, ma aggiunge una profondità unica al gameplay: raccogliere risorse sul campo ci permetterà di ampliare il nostro quartier generale, la Mother Base, e come tornaconto potremo beneficiare di numerose migliorie durante le missioni, da elicotteri più veloci e letali ad alleati meglio equipaggiati, da un servizio di spionaggio in grado di rivelare minacce in arrivo a binocoli ultratecnologici.

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Come a voler dar torto ai detrattori della sua creatura, Kojima in The Phantom Pain ci ricorda che nonostante lo spiccato taglio cinematografico Metal Gear Solid è sempre stato più un videogame che un blockbuster hollywoodiano.

E in questo senso vanno tutte quelle folli genialate cartoonesche (la scatola dentro cui nascondersi, il diversivo che auto-cita P.T., il casco a forma di testa di gallina, il sistema Fulton e le esilaranti urla del malcapitato che ne fa uso) con cui Kojima ha infarcito la sua ultima fatica.

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E’ il gameplay infatti, non la storia, a farla da padrone in questo MGS: tanto gioco, tantissimo, così tanto che spesso la narrazione viene lasciata in secondo piano, e a raccontare gli (intricati, come al solito) sviluppi della vicenda ci pensano le audiocassette, i collegamenti radio con Ocelot e Miller.

E quando parte il filmato abbiamo la sensazione di aver raggiunto il nostro obiettivo, e allora possiamo finalmente posare il joystick per goderci il talento registico di Hideo Kojima (che, secondo il modesto parere del sottoscritto, è di gran lunga superiore a quello di molti registi della Hollywood contemporanea).

Continua, gira pagina.

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