Se il mondo in cui sei stato scaraventato si fonda sulla menzogna, sulla violenza e sul sopruso, non basta “una fischiatina” per trovare la felicità.

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Dimenticatevi la favola immortale di Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi. Dimenticatevi l’idillio musicale del secondo Classico di Walt Disney. Preparatevi ad entrare in un mondo di manichini di legno senz’anima, dove ogni parola taglia come un filo d’acciaio e ogni immagine lacera come una scheggia.

I riadattamenti, le riscritture, le reinterpretazioni della storia del burattino più famoso del mondo sono impossibili da contare. Ma forse nessuna possiede la carica sovvertitrice del graphic novel di Ausonia, pubblicato per la prima volta nel 2006 da Vittorio Pavese Productions, che ebbe il grande merito di scommettere su quest’autore pressoché sconosciuto.  RW Lineachiara ne propone ora una seconda, riveduta edizione, con alcuni significativi cambiamenti che portano la firma del suo creatore.

Il titolo Pinocchio – storia di un burattino è lo stesso del classico collodiano. Il suo messaggio più profondo, chissà. Tutto il resto è ribaltato, come un tavolo durante il più furibondo litigio. La storia di Francesco Ciampi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Ausonia, si articola infatti come un lungo, frammentato flashback: è il racconto, ordinato da una spietata giuria di fantocci di legno, della breve esistenza di un essere flaccido e deforme di pelle cucita, che sembra decomporsi a vista d’occhio. Quella sorta di Mostro di Frankenstein ha un nome, ripetuto dalla corte con severità e disprezzo: Pinocchio.

Ce n’è già abbastanza per rimanere di stucco, immobili a fissare le vignette patinate e i disegni dal tratto nitido e bruciante per diversi, lunghi minuti di stordimento. Che fine hanno fatto il viso tondo dalle guance rosee, gli occhi blu e i calzoncini alla tirolese? Tutto è cambiato, come sradicato e trascinato in un oscuro e grottesco universo parallelo. Geppetto, il buon falegname della nostra infanzia, si è trasformato in un sadico e perverso macellaio, che, con rivoltante arte, imbottisce una pelle di maiale di carne parlante per dare vita al suo simulacro di bambino. Perché lo ha fatto? Non certo per amore. Non ne esiste un briciolo in quel mondo tarlato. Forse per poterlo sfruttare come uno schiavo fino all’esaurimento. Più probabilmente per pura, illogica crudeltà.

“…in pochi giorni di vita ho conosciuto le percosse, lo stupro…e sono stato derubato. E’ molto per un bambino, mi creda.”

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Le parole di Pinocchio riecheggiano come campane a lutto. E non sono pronunciate tra le lacrime, né mescolate a grida di disperazione. Il suo tono, davanti ad un giudice sarcastico e insensibile, è pacato, distante. Il bambino di carne, nella sua breve esistenza, non ha conosciuto che odio. Come può fare paragoni con qualcos’altro? Qui i nostri pensieri sono costretti a volgersi a quelle moltitudini di bambini soldato, di bambini schiavi, di bambini sfruttati e violentati che affollano, il NOSTRO mondo, quello fuori dalle pagine di Ausonia. Quante volte anche noi, come quel giudice e quella giuria, restiamo di legno, impassibili di fronte ai dolori altrui!

Ma la denuncia di Pinocchio cade in un pozzo vuoto. Il giudice lo ascolta freddo, indifferente e, con voce tagliente, gli chiede dove siano le prove. Il disgustoso naso di carne macinata di Pinocchio sta crescendo, simbolo che dice il vero. Ma l’affermazione del giudice è un altro pugno tra i denti di ogni buon senso:

“Io ho bisogno di prove, non di verità.”

Esplicita è qui la critica ad un sistema giudiziario corrotto, cui nulla importa di sanare i torti e che cerca solo la strada facile, matematicamente supportata, libera da ogni compromesso. La verità diventa, in un simile contesto, una parola pericolosa da pronunciare, un’entità relativa. Esiste solo il proprio meschino interesse personale. Se non ci sono, le prove si inventano.

La storia del burattino di carne prosegue in un crescendo di tali orrori che quasi vorremmo coprirci gli occhi per non leggerli, ma le nostre mani sono troppo impegnate a sfogliare una pagina dopo l’altra per obbedire a quest’istinto vigliacco.

Dopo aver lasciato la macelleria del suo rivoltante patrigno, Pinocchio si imbatte in un’altra conoscenza di collodiana memoria e se già nel romanzo originale Mangiafuoco era la personificazione della prepotenza e della forza bruta che schiaccia i piccoli, Ausonia ne estremizza la malvagità, rendendolo colpevole di calpestare l’innocenza già sanguinante del burattino di carne, compiendo violenza su di lui per un pungo di monete d’oro. Non c’è tregua per Pinocchio. Simili a quelli che ricordavamo sono invece il Gatto e la Volpe, come se l’autore volesse dirci che l’avidità dei due farabutti disposti ad uccidere per denaro non possa essere ulteriormente ingigantita. Ma non è che una pausa di “normalità” nel racconto: il colpo di grazia capace di spazzare via ogni ricordo dell’archetipo è infatti la nuova Madame Turchina, partorita dal genio distorto di Ausonia: un manichino senza gambe, un rammendo crudele di carne e legno che fa a brandelli l’aura di bontà cristallina della Fata della nostra infanzia. Madame Turchina è l’apoteosi dell’abiezione, un personaggio senza alcuna pietà, sotto il cui pugno Pinocchio conosce gli abissi più cupi della sua desolante esistenza.

Da questo momento in poi il ribaltamento del canone è completo. Pinocchio fugge attraverso un mondo nero fino al midollo, dove non poteva mancare il male estremo, la guerra. Qui, tra i bombardamenti, le grida e la paura il nostro sventurato protagonista fa forse il suo incontro più simbolico. Conosce in un cratere un burattino diviso in due parti da un’esplosione, ciascuna delle quali gli racconta una diversa e opposta versione del passato del patrigno Geppetto.

Ma qual è la verità? Che COSA è la verità? La domanda che si pongono Pinocchio e i lettori è il seme da cui germoglia quest’opera. E il conflitto tra verità e menzogna è proprio il motivo scatenante della guerra nel mondo dei burattini.

Su un fronte i fantocci di legno, maestri della falsità, artigiani del complotto e della bugia, con lo scopo di mantenere una parvenza di facciata che nasconda il letamaio delle loro azioni senza morale. Su quello opposto i grilli parlanti; nulla a che vedere con le graziose creaturine paffute targate Disney, ma insetti veri e propri,  in tutto il loro straniante realismo, pur se avvolti in un alone di luce verde quasi radioattiva. Pinocchio scopre così di non essere solo, che ci sono altri, come lui, che riconoscono il valore della verità e cercano un mondo di libertà. C’è Lucy, inedita Lucignolo, schierata dalla parte della resistenza, e gli abitanti del Paese dei Balocchi, l’ultima oasi di innocenza. Ma è un assedio, una battaglia persa, perché quel mondo di schiavi della menzogna è legato a fili che vengono da lontano e che stringono come catene. Le catene dell’odio, dell’egoismo, della corruzione.

Pinocchio – storia di un bambino, ha la potenza rivoluzionaria di Fahrenheit 451; è un atto di accusa, un attacco frontale alla perversità di un mondo a tratti tanto simile al nostro, dove ci illudiamo che tutto vada bene, mentre spingiamo sempre più a fondo la testa nel fango di chi soffre, per non udirne i lamenti. Una società dove la verità è guardata con sospetto, considerata pericolosa, un mostro, una deviazione, quando non (e forse è ancora peggio) un concetto astratto e ridicolo.

Ad ogni lettore la libertà di interpretare come crede il significato di questa denuncia, scritta e illustrata con tratto perfetto, quasi cinematografico e anatomicamente impeccabile. Lo stile di Ausonia trasuda da ogni ruga del legno e da ogni piega della carne ed è la firma del vero artista, dello studente delle Belle Arti di Firenze. Maestrale è poi anche l’utilizzo delle luci: bagliori rossi di collera, di fretta, di accusa e verdi di indifferenza, di ironia, di disprezzo si alternano nel tribunale dei burattini, mentre ombre brune di un eterno crepuscolo gravano sull’intero mondo, rotte soltanto nella cristallina isola di pace del Paese dei balocchi.

Una trama trascinante, filosofica, cruda e spiazzante e un disegno impeccabile, pulitissimo, che trasmette al lettore tutto il messaggio scomodo e impattante delle figure, conferiscono al romanzo di Ausonia tutto il valore capace di non diluirsi mai nel tempo che elevano un’opera tra tante al livello di classico, di cult.

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