Le infinite vie della distribuzione italiana permetteranno al promettente regista norvegese Lars Klevberg di monopolizzare il giugno horror del mercato nostrano: a due settimane dall’uscita del reboot de La Bambola Assassina, che rappresenterà la sua grande occasione per sfondare nel cinema mainstream, Notorious Pictures ce lo presenta col suo lungo d’esordio, l’horror Polaroid, a sua volta adattato dal corto di successo dallo stesso nome che lo ha fatto notare nei festival di genere.

A ben guardare le coincidenze non si fermano qui: per la realizzazione di Polaroid Klevberg sembra infatti essersi ispirato non poco all’originale La Bambola Assassina di Tom Holland scritto da Don Mancini, nel quale il bambolotto Chucky veniva posseduto dallo spirito di un serial killer (cosa che non accadrà nel reboot in uscita il 19 giugno per Koch Media, in cui la bambola assassina sarà soltanto un giocattolo difettoso); in questo modesto horror teen, tipica uscita cinematografica per il mercato pre-estivo, ci sarà forse una macchina fotografica molto vecchia ad incubare la malvagità di un essere umano deceduto anni fa e con tanta rabbia in corpo, e a farne le spese sarà ovviamente l’emblematico gruppo omogeneo di liceali che, oltre a cercare di sopravvivere, dovrà anche scoprire la causa della maledizione e fermarla prima che sia troppo tardi.

Nulla di nuovo sotto il sole e neanche nell’oscurità, e anzi è proprio la sua natura incredibilmente derivativa ad impedire a Polaroid di decollare – le influenze non si contano, a partire dalla trama, identica ad un episodio della serie televisiva anni ’90 Hai Paura Del Buio? intitolato The Tale of the Curious Camera – ma Klevberg dimostra un buon occhio per la messa in scena e soprattutto per la costruzione della tensione, con qualche simpatica idea che potrebbe stupirvi.

E’ interessante – e soprattutto coerente – che nell’era dei selfie e degli smartphone si scelga di far provenire il male da una macchina fotografica rarissima perfino per gli anni ’70, un’epoca così atavica per i protagonisti (la cui età rappresenta esattamente il target del pubblico del film) da diventare addirittura cabalistica, un tempo-luogo sconosciuto che potrebbe aver dato origine al male più primigenio.

C’è una Olivia Cooke che non è Olivia Cooke ma che a Olivia Cooke somiglia tantissimo (Kathryn Prescott, niente male al suo primo ruolo da protagonista), c’è la Grace Zabriskie tanto cara a David Lynch nel solito ruolo inquietante così tipicamente lynchiano, c’è un mostro un po’ artigianale e un po’ in CGI, c’è qualche scena piuttosto riuscita e un terzo atto velocissimo che palesa tutte le origini da cortometraggio del progetto, ma in generale tutto il film scorre innocuamente nella zona franca che separa i pessimi horror dagli ottimi horror; e pure in quella nicchia sempre più stretta e scomoda che divide le nuove tendenze dei “blockbuster horror” dagli “horror autoriali”, sempre più di tendenza negli ultimi anni ai festival cinematografici.

In definitiva, Polaroid è quel tipo di horror vecchio stampo che ha l’unica pretesa di non avere pretesa alcuna, e qualora fosse la vostra prima esperienza nel mondo del cinema dell’orrore potrebbe anche rischiare di divertirvi. Fra un paio di settimane Klevberg tornerà in cartellone (forse stabilirà un record, bisognerebbe accertarsene) e raramente è stato giusto parlare di un film come di un antipasto come in questo specifico caso.

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