Narcos: Messico | Recensione

Pubblicato il 19 Novembre 2018 alle 20:00

E’ disponibile su Netflix la nuova incarnazione di Narcos, Narcos: Messico, che dalle strada colombiane passa a raccontare la sanguinaria storia del cartello di Guadalajara.

C’era una cauta aspettativa a circondare l’arrivo di Narcos: Messico, la stessa che aveva anticipato l’uscita della terza stagione della serie Netflix: all’epoca ci si chiese se gli showrunner fossero stati in grado di trovare un modo per rendere ancora interessante la serie dopo averla privata del suo elemento più iconico (il Pablo Escobar di Wagner Moura), e dopo essere stati ampiamente accontentati con i precedenti dieci episodi, questa volta i dubbi riguardavano la dislocazione geografica, che ci avrebbe portati ad abbandonare la Colombia per il Messico.

Il rischio era quello di ritrovarsi fra le mani una serie spin-off identica a quella originale che avesse, come unica differenza, una bandiera dai colori simili a quelli italiani sullo sfondo piuttosto che quelli blu gialli rossi trasversali dei vessilli colombiani, e invece che Carlo Bernard e Doug Miro abbiano fatto le cose per bene diventa chiaro fin dall’inizio: si respira aria nuova nonostante il feeling sia lo stesso, l’impronta scenica è quella che i fan hanno imparato a conoscere e ad amare e i nuovi arrivati, cioè coloro che non hanno familiarità con la precedente incarnazione della serie, non avranno alcuna difficoltà ad entrare nel particolare mondo di Narcos, che accoglie i neofiti allo stesso modo di come farebbe coi vecchi amici.

Protagonisti e avversari vengono presentati subito, pedine su una scacchiera pronta ad esplodere, con il business della droga in Messico diviso fra tanti piccoli imprenditori che si fanno concorrenza (vale a dire una guerra spietata):  Miguel Ángel Félix Gallardo (Diego Luna) è quello che per primo è capace di vederci sia lungo che chiaro, che ha un obiettivo da raggiungere (unificare tutte le piccole imprese a gestione familiare in un’unica, grande catena internazionale di supermercati), Enrique Kiki Camalera (Michael Peña) l’agente della DEA che viene incaricato di indagare su di lui.

Quando è al suo meglio – vale a dire quasi sempre nell’arco dei dieci episodi che compongono questa prima stagione — Narcos: Messico sembra voler ripercorrere le orme della seminale serie HBO The Wire, nella maniera in cui va ad indagare nella quotidianità di criminali e forze dell’ordine, prendendo il meglio e il peggio da entrambe le barricate. In particolare Felix e Kiki non possono non far pensare a Stringer Bell e Jimmy McNulty (rispettivamente Idris Elba e Dominic West), col primo che considera la vita un’eterna corsa verso il perfezionamento del capitalismo e il secondo col distintivo alla cintura 24/7, al punto che la sua ricerca di giustizia diventerà una vera e propria ossessione.

Nel modo in cui i due protagonisti vengono messi in contrapposizione c’è tantissimo anche di American Gangster, il sempre troppo sottovalutato mezzo-capolavoro di Ridley Scott nel quale Denzel Washigton e Russell Crowe erano eletti ad emblemi dicotomici del Sogno Americano. Qui Bernard e Miro fanno la stessa cosa, chiedendo a Luna e Peña le prestazioni drammatiche più importanti della loro carriera. E i due attori accontentano tutti, interpretando lo stesso personaggio ma colorandolo con sfumature diverse: entrambi si imbattono negli ingranaggi arrugginiti di una macchina burocratica che sembra volersi muovere contro di loro, e c’è una sorta di ironia a legare a doppio filo le loro storie, fatte di avidità, potere, ego e rispetto. Ed è un piacere saperne di più sul loro conto.

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