Diletta di Osamu Tezuka | Recensione

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Il dio dei manga torna in Italia con una sua opera poco nota ai più.

Ichiro Monzen è un produttore televisivo senza scrupoli, tanto da essere licenziato per aver osato scene troppo hot in un suo spettacolo. Rimasto senza un lavoro stabile, il nostro talentuoso regista e produttore scopre una altrettanto talentuosa cantante, Harumi Nagisa, una donna però piuttosto bruttina, che con quel volto non potrebbe mai sfondare. Per caso, dopo averla lasciata senza mangiare per diverso tempo, Monzen scopre che la sua pupilla riesce a trasformarsi in una vera bellezza e decide di lanciarla con lo pseudonimo di Mie Sayuri. Il fidanzato di Harumi, Otohiko Yamanobe, che fa l’assistente ad un mangaka di fumetti hot, ma che vorrebbe debuttare in proprio con una sua opera originale e diversa da quelle del suo maestro, non approva però i metodi del produttore e, quando lo affronta faccia a faccia, precipita per lo scontro giù da un edificio in costruzione, finendone nelle fondamenta.

Monzen pensa così di essersi liberato di quella seccatura, ma in realtà Otohiko è sopravvissuto ed ha acquisito un’abilità chiamata “Diletta” che gli permette di trasportare chi lo circonda nei deliri della sua mente geniale quanto contorta. Un dono potente, che nelle mani sbagliate potrebbe trasformarsi, e si trasforma, in un’arma pericolosa, anche per il pianeta stesso…

Diletta è stato pubblicato sulle pagine di Manga Sunday subito dopo il successo di Ningen Domo Atsumare! Ma, a differenza di questo, Diletta non ha avuto la stessa fortuna tra il pubblico che l’ha letto la prima volta. Ed in effetti Diletta si distacca dal genere mainstream sia per tematiche che per la storia.

Tezuka, infatti, usando il tema della metamorfosi, la trasformazione che fa diventare bella Nagisa Harumi quando ha fame, decide di mostrare al suo pubblico come possano apparire dall’esterno piuttosto strambi certi tentativi che le persone fanno per diventare belle, come le diete o il calcolo delle calorie o, al giorno d’oggi, la chirurgia.

Poi è da aggiungere che la storia è piuttosto complicata (ed in effetti non è inquadrabile in un genere specifico, dimostrando che il panorama di Tezuka era più ampio di quanto non lo sia quello di molti autori), ma con una costruzione narrativa interessante, che tuttavia presenta Diletta, che dà il titolo al manga, per la prima volta solo nella seconda metà del volume (una scelta forse non particolarmente apprezzabile da parte del lettore medio, per stessa ammissione dell’autore). Come se non bastasse, il protagonista, Ichiro Monzen, è in realtà il motore della storia, peccato che sia un motore mosso da sentimenti negativi.

Ed in effetti l’egoismo è il motore che spinge la storia, con le persone che circondano la cantante mosse solo da questo unico espediente. Tezuka cerca di dare una rappresentazione realistica del mondo dello spettacolo, in cui oggi sei qualcuno e domani magari non servi più.

La sceneggiatura è comunque ben sviluppata, anche se il ritmo non è sempre costante e alcune volte rallenta; ma credo che lo scopo di Tezuka fosse principalmente quello di comunicare un messaggio e la storia spesso serve a questo; del resto la stessa spiegazione sulla causa che ha causato Diletta è data sommariamente e proprio Diletta è il mezzo con cui Tezuka esprime i veri desideri e vizi della gente, usando una grafica onirica e surrealista.

Tuttavia, stilisticamente,Tezuka non riesce a rimanere su un registro serio per tutta la storia, confermando in tal modo la sua teoria per la quale in ogni caso il fumetto deve altresì svolgere una funzione di divertimento nel lettore e non solo pedagogica; così il mangaka rompe anche qui spesso la quarta parete e fa parlare direttamente i personaggi (assai riusciti nei loro ruoli) con il lettore. A ciò si accompagna il suo tipico stile di disegno non realistico, che esprime nelle sue opere, appunto, questa comicità, che in Diletta, nonostante la serietà delle tematiche, è ben presente.

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