Lost in Space – Stagione 1 | Recensione

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La nuova “operazione nostalgia” prodotta da Netflix ripropone a un pubblico attuale le vicende della famiglia Robinson, protagonista del’omonima serie televisiva fantascientifica classica degli anni ’60 divenuta un cult negli Stati Uniti. Ma con quali risultati?

Lost in Space, la serie prodotta da Netflix e disponibile nella sua interezza su questa piattaforma da qualche giorno, non è un prodotto originale, ma un remake di una serie fantascientifica prodotta negli anni ’60 e mai conclusa, che ha anche ispirato un remake filmico.

Analizziamo brevemente la genesi che ha portato alla realizzazione di una nuova versione di Lost in Space.

  • Le origini

Fra il 1965 e il 1968 è stata trasmessa negli Stati Uniti d’America la serie televisiva Lost in Space, che però non fu mai portata a termine, essendo stata bruscamente interrotta alla fine della terza stagione. La serie originale fu ideata da Irwin Allen e racconta le vicende dei Robinson, pionieri nell’esplorazione dello spazio profondo. In viaggio insieme a loro, ci saranno il Dr. Smith, un robot e il Maggiore Donald West, pilota della navicella spaziale:

L’obiettivo della missione è quello di raggiungere un pianeta abitabile situato nel sistema solare più vicino al nostro, Alpha Centauri, a soli 4.37 anni luce di distanza da noi. La famiglia si ritroverà invece a essere costretta a un atterraggio di fortuna su un altro pianeta, a causa del sabotaggio del Dr. Smith, infiltrato da altre agenzie spaziali straniere per fare in modo che la missione americana fallisca.

Ricordiamo che la serie è stata girata negli anni ’60, periodo in cui la corsa alla conquista dello spazio vedeva come principale antagonista degli Stati Uniti la Russia, per cui giungere prima di chiunque altro a colonizzare un nuovo pianeta al di fuori del nostro sistema solare era considerato molto importante.

Purtroppo, a causa dell’interruzione della serie alla fine della terza stagione, non sapremo mai come la storia si sarebbe dovuta concludere.

Questa serie, se qui da noi non è molto conosciuta, lo è invece negli Stati Uniti, al punto da aver ispirato, prima ancora del remake di Netflix, anche un film omonimo del 1998 diretto da Stephen Hopkins e che vede come protagonisti William Hurt, Matt LeBlanc e Gary Oldman:

  • Modernizzare un classico

L’anima degli anni ’60 è percepibile fin dal tema musicale scelto come opening di Lost in Space, in perfetto stile retro:

https://youtu.be/RJe2iC_HUZI

La storia di base differisce leggermente da quella della serie originale, poiché i protagonisti non partono da soli alla scoperta dello spazio profondo, ma la loro navicella, la Jupiter 2, fa parte di un progetto più grande di colonizzazione, la Resolute, che trasporta diverse Jupiter verso la meta finale, un pianeta su Alpha Centauri:

La serie è ambientata cronologicamente nel 2046, quindi a circa 30 anni dal nostro presente, mantenendo lo stacco temporale della serie originale, realizzata nel 1965 e ambientata nel 1997. Anche la composizione della famiglia Robinson è differente, poiché Judie, la maggiore dei tre figli, è nata da una storia precedente di Maureen. Inoltre, il Dr. Smith, originariamente interpretato da un uomo, qui ha il volto di una donna, Parker Posey.

Anche il robot è molto diverso, sia per quanto riguarda il suo aspetto fisico, che le sue origini:

Questo particolare aspetto ricorderà sicuramente ai videogiocatori il Geth Legion, presente nel secondo capitolo della saga di videogiochi di ruolo a tema fantascientifico Mass Effect:

Dal punto di vista della sceneggiatura, le vicende sono rese interessanti dai frequenti excursus che raccontano la vita passata dei protagonisti, in modo da scoprire piano piano chi siano e quali siano i loro obiettivi. Tuttavia, alcune scelte rendono lo svolgersi delle vicende piuttosto macchinoso, inverosimile e a tratti perfino irritante.

  • Una serie di sfortunate scelte

Ciò che colpisce in negativo di questa rivisitazione di Lost in Space sono alcune scelte di copione, che risultano innaturali e forzate, dando l’impressione di essere state inserite unicamente per creare quante più situazioni dinamiche possibile. Questo dovrebbe mantenere alto l’interesse, ma finisce per risultare un mero espediente per far fare ai personaggi ciò che vuole, a scapito del realismo.

In generale, la maggior parte dei personaggi mente o evita di dare informazioni anche molto importanti ai propri compagni, alcune delle quali davvero non si comprende perché dovrebbero essere tenute nascoste. L’impressione piuttosto netta è che pur di far succedere un determinato evento si sia deciso di far comportare i personaggi in modo innaturale, ma semplicemente funzionale all’inserimento di quante più scene d’azione o situazioni intricate possibile.

Se, dunque, l’intenzione è quella di mettere tanta (troppa) carne sul fuoco, una volta compreso questo meccanismo il risultato finale risulterà a uno spettatore attento a tratti anche stucchevole, come l’eccessiva esuberanza di personaggi come Penny Robinson e Don West, non perché abbiano sempre la battuta pronta, quanto piuttosto perché spesso queste battute non aggiungono nulla e non risultano nemmeno particolarmente divertenti.

Un’altra nota dolente è rappresentata dal Dr. Smith: la performance di Parker Posey, attrice con una certa esperienza maturata principalmente recitando in film indipendenti, è inficiata da alcune scelte di sceneggiatura non proprio azzeccate.

Se nella versione originale della serie questo personaggio voleva sabotare la missione dei protagonisti per impedire agli Stati Uniti di avere il primato nell’esplorazione dello spazio, qui molte delle sue azioni sembrano prive di logica, come se la donna sabotasse gli eroi per il puro gusto di farlo. O, meglio, per creare intrecci che vorrebbero essere interessanti, ma che sono solo incredibilmente forzati.

Non si comprende come mai, ad esempio, una donna così dedita alla menzogna e misconosciuta riesca a conquistarsi la fiducia di chiunque, e riesca a intrappolare i protagonisti nella sua fitta rete di menzogne anche dopo essere stata scoperta.

  • Conclusioni

Il remake di Lost in Space prodotto da Netflix è presentato come un prodotto per famiglie, adatto dunque anche a un pubblico piuttosto giovane, inficiato da scelte stilistiche azzardate e poco realistiche, atte a mettere quanta più carne sul fuoco possibile. Resterà ora da vedere come queste vicende si svilupperanno nelle stagioni (o nella stagione) successive, mail rischio che il prodotto finale si possa rivelare alla fine semplicemente come un’accozzaglia di eventi inspiegabili e inspiegati.

Questo riporta tristemente alla memoria una serie come Lost, impeccabile per le sue prime tre stagioni, ma che dalla quarta in poi è una spirale verso il basso.

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