L’uomo senza talento, un manga gekiga di Yoshiharu Tsuge | Recensione

Arriva in Italia, a più di 30 anni dalla prima pubblicazione in Giappone, “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge, uno degli esponenti più importanti del genere gekiga.

Il “gekiga” corrisponde in Giappone al cosiddetto “fumetto d’autore” e, nel corso degli anni Sessanta (esattamente come in Italia e in altre parti del mondo), ha segnato un dibattito che vide la contrapposizione tra il manga di puro intrattenimento e quello che, invece, ha “pretese” artistiche.

In questo clima emergono autori come Yoshihiro Tatsumi (“Le lacrime della bestia“) e Masahiko Matsumoto: è proprio ai noir di questi due mangaka che si ispirano i primi racconti di Yoshiharu Tsuge, autore tuttora in vita che più volte, per motivi di salute, ha dovuto ritirarsi dal mondo dell’editoria. Ciononostante, i suoi gekiga hanno segnato la storia del fumetto, specialmente a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta (da ricordare è “Nejishiki”) fino alla sua ultima pubblicazione, nel 1987 (con “Betsuri”).

“Muno no hito”, aka “L’uomo senza talento”, è uno dei suoi manga più noti e che, probabilmente, prende spunto dalla sua biografia. Portato in Italia da Canicola Edizioni, venne pubblicato in Giappone nel 1986 e, quindi, fa parte delle ultime produzioni di Tsuge.

Come esplicato dal titolo, il fumetto ha come protagonista un uomo senza particolari capacità “innate”: Sukesan Sukegawa, un ex mangaka che considera l’arte un “ingombro inutile” nel suo ambito. Per questo motivo abbandona una promettente carriera nel mondo del fumetto e, con moglie e figlio a carico, inizia ad inseguire una serie di utopie che, però, non riuscirà mai a realizzare.

Quelle di Sukegawa non sono vere e proprie ambizioni, ma sogni e illusioni che hanno come obiettivo il guadagno facile, senza che occorra un talento particolare: dalla gestione di una passerella sul fiume Tama alla riparazione di macchine fotografiche vintage, fino a quando non si riduce paradossalmente a fare il venditore di pietre.

Economicamente la famiglia dipende dallo scarso stipendio della moglie, che col tempio finisce con l’odiare il marito e a considerarlo un verme. Questo specialmente quando, in seguito al suo ennesimo fallimento, Sukegawa non riesce a vendere le sue pietre affinché vengano utilizzate per la pratica suiseki (una forma d’arte giapponese che prevede la meditazione ispirata da una pietra con una particolare forma, di rara bellezza).

Il protagonista, però, non rappresenta solo “l’uomo inetto“, quello che non sa fare nulla e che non riesce ad adattarsi ad un mondo perennemente in cambiamento: il lettore, infatti, non legge solamente il suo monologo interiore ma anche le vicende di altri personaggi che non possono o non vogliono uscire dal loro stato di miseria (come il venditore di uccelli e l’antiquario di cianfrusaglie).

Sukegawa è come loro, in parte, perché rifiuta quello che potrebbe essere il suo ruolo all’interno della società: quello del mangaka. E questo fumetto racconta proprio di personaggi senza ruolo, inutili, e per questo emarginati. “Se non sei utile, la gente ti considera un rifiuto” si legge, nel corso della vicenda. “Essere inutili è come non esistere”.

“L’uomo senza talento” è anche una riflessione sulla società consumista, che considera come non-persone coloro che non contribuiscono al benessere generale: una società che non tiene in considerazione le tradizioni, destinate quindi a scomparire. E, nonostante gli anni di distanza, “L’uomo senza talento” parla anche del mondo attuale, dove il singolo individuo deve trovare a tutti i costi un’occupazione per non essere dimenticato e lasciato indietro.

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