Recensione – Il Trono di Spade 6×02: Home (no spoiler)

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Ciò che è morto non muoia mai.

Dopo i superpoteri anti congelamento che Sansa e Theon hanno dimostrato di avere nello scorso episodio, e dopo le abilità da GPS di Brienne di Thart che riusciva a trovarli grazie al suo strabiliante senso dell’orientamento, anche in questo secondo episodio scopriamo che anche altri personaggi sono stati benedetti con doti fuori dal comune: il primo è Tyrion, che dopo L’Uomo che Sussurrava ai Cavalli  si riscopre addestratore di draghi; il secondo è …

No, cavoli, scherzi a parte: la miglior puntata dell’intera serie.

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Ricordate il ritmo incalzante di Aspra Dimora, quella che per me finora era stata la massima vetta raggiunta da Il Trono di Spade? Quella puntata aveva un grande ritmo, ed era una galoppata a briglia sciolta fino all’ultimo quarto d’ora, durante il quale veniva messo in scena la battaglia contro i non-morti culminante con l’indimenticabile duello fra Jon Snow e un Estraneo.

Bene, il nuovo episodio (intitolato Casa) ha un ritmo ancora maggiore di quello di Aspra Dimora, e lo mantiene ascendente privandosi dell’azione.

La sceneggiatura di Dave Hill è realizzata ad arte per creare scene sempre diverse, ma nelle quali il leitmotiv è sempre la suspance, la tensione, la paura che da un momento all’altro capiti l’inaspettato. Questa è pura e semplice narrazione.

Si inizia col grande assente della quinta stagione, Brandon Stark, impegnato in una delle sessioni di addestramento col Corvo Con Tre Occhi. La sequenza è davvero toccante: vedere Ned Stark da bambino, e Hodor prima che divenisse Hodor; ma soprattutto la gioia del giovane Brandon di rivedere casa sua – se pure grazie ai sogni dell’oltre – un luogo dal quale manca da tempo ormai e in cui probabilmente non farà mai più ritorno.

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Poi (finalmente) il confronto fra Jaime e l’Alto Passero, il quasi-confronto fra gli uomini del re e la Montagna, Tommen che chiede perdono alla madre e le esprime la volontà di essere forte come lei, e la prima scena al Castello Nero, che anticipa quella finale gettando parecchia benzina sul fuoco della tensione: il ritmo della scena dello stallo, con gli uomini di Ser Allister che stanno per sfondare la porta e Davos e gli altri a proteggere il corpo di Jon, con Spettro che ringhia ad ogni nuovo colpo di scure sul legno, è magistrale.

E la scena col gigante? E’ quello che succede quando si prendete il celeberrimo scontro Hulk v Loki in The Avengers, lo si spoglia dal divertissement disneyano e lo si ammanta nei panni scuri e gelidi di Game of Thrones. C’è poco da scherzare.

Così come c’è poco da scherzare con Ramsey Bolton. Così come nello scorso episodio, gli sceneggiatori piazzano un colpo di scena intorno alla metà dell’episodio: se la storyline di Dorne è stata troppo frettolosa e ci ha mostrato il più veloce colpo di stato della storia, la … Mmm … Come la vogliamo chiamare?

Presa di posizione dell’amabile, sempre più idolo delle folle Ramsey Bolton era nell’aria già da un po’, e infatti la scena è molto più riuscita rispetto a quella di Doran Martell (personaggio che mi aspettavo si ritagliasse più spazio in questa stagione, e invece si è dimostrato essere uno dei più inutili dell’intera serie, insieme alla sua guardia del corpo, grande e grosso come un armadio e tre volte più innocuo).

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Ho accennato prima ai superpoteri di Tyrion. Mister “I drink and I know things“. Al di là di quanto quella scena sia forzata a livello narrativo (fino all’altro giorno quei draghi erano le più indomabili bestie che si fossero mai viste, da Myr alla Barriera e oltre), è comunque riuscitissima da due punti di vista: quello dell’ansietà (perché, ammettetelo, per un secondo avete avuto paura anche voi), e quello della CGI: ogni volta che la produzione decide di mostrarci i draghi, questi sono ricreati meglio della volta precedente; c’erano perfino i fili di bava che colavano fra le zanne. Ancora una volta, il piccolo grande leone Lannister si dimostra pieno di risorse.

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La regia non si sforza più di tanto: la sceneggiatura è talmente forte che a Jeremy Podeswa (navigato regista classe 1962 che già si è occupato dello scorso episodio e nel corso della sua carriera si è trovato dietro le cineprese di alcuni episodi di Six Feet Under, The Walking Dead True Detective, fra gli altri) basta mettere i costumi di scena agli attori e gridare azione.

La scena con Sansa e Theon serve per un’addio, ma anche per reintrodurre la storyline delle Isole di Ferro, che torna in questa stagione con un ulteriore colpo di scena.

E poi il gran finale. Fa un certo effetto vedere Lady Melisandre così svuotato, così priva di speranza. Davos si conferma uno dei personaggi più interessanti creati da George Martin, (insieme ad Arya, Ned, Jamie e Jon, nella personale top 5 di questo scrittore: si, è tornato Jaqen H’ghar).

Ed è proprio il Cavaliere delle Cipolle a risvegliare la Signora Rossa dal torpore nel quale è caduta dopo l’ingloriosa morte di Stannis: Melisandre ora si sente tradita dal Dio della Luce e Davos, che dell’ateismo è quasi il porta-vessilli, la sprona mostrandole una nuova missione, un nuovo scopo … riportare in vita Jon Snow.

E così, nell’ultima scena, ricca di pathos e al vertice della massima tensione, Davos e Turmund e Spettro attendono che Melisandre compi il suo miracolo, il suo incantesimo, e la maga pronuncia parole oscure di una magia segreta e dimenticata e poi …

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