In attesa dell’imminente uscita del quinto volume vi proponiamo la recensione del terzo e quarto capitolo della serie.

Nella recensione dei primi due volumi di Outcast (che trovate qui) abbiamo paragonato Robert Kirkman a Stephen King, considerandolo una sorta di equivalente del re della letteratura orrorifica rapportato ai fumetti horror. Ciò che accomuna Kirkman al “Re” Stephen è il fatto che entrambi si soffermino sul male insito nelle anime degli abitanti di quella provincia americana che fa quasi sempre da sfondo alle loro storie dell’orrore.

Così come aveva fatto durante i primi due volumi Kirkman all’inizio del terzo capitolo di Outcast continua ad approfondire la realtà che abita attorno a Kyle Barnes ed alla sua cittadina Rome. Barnes è considerato il reietto, un uomo con poteri particolari, capace di attrarre demoni in grado d’impossessarsi dei corpi delle persone. E Kyle Barnes nel corso della sua vita ha visto questi demoni impossessarsi prima della madre (quando era ancora un bambino) e poi della moglie Allison.

Per mantenere la vita delle persone a lui più care Kyle Barnes si è dovuto isolare da chiunque, partendo proprio dalla sua famiglia, costituita dalla moglie Allison e dalla figlia Amber. La persona alla  quale si appoggia maggiormente all’inizio di Outcast è la sorella Megan, la quale, proprio in chiusura del secondo volume, è stata anch’essa contagiata da un demone.

Ciò che accadrà all’interno del terzo e quarto volume di Outcast (proposto in raccolta da SaldaPress) non è altro che una sorta di estensione a macchia d’olio della tragedia soprannaturale che in principio aveva coinvolto solo Kyle Barnes. Vari abitanti di Rome si troveranno a fare i conti con questa presenza demoniaca capace d’impossessarsi di figure a loro care, mettendo a rischio anche le loro stesse vite.

Megan, aiutata da Kyle a superare la sua possessione, si ritroverà a fare i conti con la salute del marito, ridotto in gravi condizioni durante la sua follia demoniaca. Ma anche altri membri della cittadina si confronteranno con questo virus che si sta diffondendo a macchia d’olio, e che sta contagiando chiunque.

Così Kyle, accompagnato come sempre dal reverendo Anderson, continuerà a ricercare la verità attraverso le varie persone impossessate, scoprendo l’importanza in questa vicenda di una figura a lui molto cara: la figlia Amber.

Inoltre durante questi due volumi diventerà sempre più centrale la figura di Sidney, l’anziano uomo considerato dal reverendo Anderson come l’incarnazione stessa del diavolo. Sidney rivelerà di fare parte di un progetto molto più grande, al quale ha affiliato una vera e propria setta. Ciò che ricerca è una sorta di fusione totale tra demoni e uomini, e la figura di Kyle sarà fondamentale per attuare questo piano.

Atmosfere crepuscolari accompagnano il proseguimento della serie Outcast, che Robert Kirkman infittisce sempre di più a livello di ritmo e tempi narrativi, tanto da rendere ancora più continui  gli scambi tra dialoghi e vignette in dettaglio. L’amalgama tra le vignette ed i balloon in questi due volumi diventa sempre più forte e aiuta il fumettista del Kentucky a una storia che, partita da una piccola vicenda personale, si sta trasformando sempre di più in un’apocalisse collettiva.

I disegni dal tratto marcato e deciso di Paul Azaceta non fanno altro che evidenziare la ruvidezza del contesto preso in analisi da Kirkman: una provincia americana sporca e marcia, nella quale tutto il male insito e depositato per decenni sta venendo a galla, pronto a far emergere l’apocalisse.

Importantissimi per la narrazione e di grande espressività sono anche i colori di Elizabeth Breitweiser, che tendono ad enfatizzare con uno stile espressionista e del tutto fuori dal reale il mood delle varie scene narrate.

Insomma Outcast continua a dimostrarsi una grande cavalcata verso un’apocalisse nata all’interno di una provincia del Midwest americano, ma capace di trattare tematiche ben più grandi come la stessa esistenza di Dio, e delle figure demoniache ed angeliche alle quali viene accostata. Una storia capace d’intrattenere e far riflettere e che non vediamo l’ora di continuare a divorare.

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