Alcuni tra i passaggi più significativi della lunga intervista che il fumettista sardo ha concesso a Vincenzo Oliva.

Nella lunga intervista che Michele Medda, papà, tra le altre cose, di Nathan Never e Caravan, ha concesso a Vincenzo Oliva, oltre all’annuncio di una nuova miniserie targata Bonelli, ci sono stati anche diversi altri punti interessanti, che andiamo qui a segnalare.

Si è parlato, infatti, del rapporto tra autori e lettori in generale e per Medda in particolare: «Il riscontro “orizzontale” per me non esiste. C’è un universo dei lettori – forum, newsgroup, mailing list – in cui secondo me gli autori non devono entrare. E, viceversa, non devi permettere ai lettori di entrare nel tuo universo di scrittore. Quello che c’è tra me e la pagina bianca è uno spazio mio e solo mio, e nessun altro è ammesso».

Medda chiarisce meglio: «Io non entrerei mai in un forum a discutere delle mie storie. Altri non riescono a farne a meno. Ho avuto lunghe e improduttive discussioni con amici e colleghi riguardo al dialogo con il pubblico. Non si riesce a trovare un approccio condiviso. Ognuno ha la sua filosofia e il suo modo di interfacciarsi. E probabilmente è giusto così».

«Però – aggiunge lo sceneggiatore cagliaritano – sarebbe salutare un po’ di misura nel concedersi, da parte degli autori. Non parlare di tutto con tutti, dovunque e comunque. Ma anche i lettori devono imparare a rapportarsi con gli autori. Non puoi scrivere peste e corna di un autore e poi lamentarti di una rispostaccia (che comunque per me non andrebbe mai data). E comunque, sia gli autori che i lettori dovrebbero isolare gli incivili. Ignorarli, senza sentirsi obbligati a dare udienza a chiunque, come invece si fa per un frainteso senso di democrazia».

Ovviamente non si è fatto a meno di parlare di Nathan Never. Vincenzo Oliva ha infatti chiesto delucidazioni riguardo il sempre più elaborato e faticoso ingarbugliarsi della continuity neveriana e il moltiplicarsi di saghe e spin-off e in particolare se è stata considerata la possibilità di una vera e propria ripartenza.

«Qualcosa del genere è stato fatto con il cosiddetto “Nuovo Inizio Neveriano”, ma sempre nell’ottica di un compromesso fra le nostre esigenze e quelle dell’editore, che mai avrebbe permesso un reset totale. Oggi le condizioni sono cambiate e forse si potrebbe anche fare, ma probabilmente è troppo tardi».

«Azzeramento per azzeramento – aggiunge Medda – tanto varrebbe creare una nuova serie di fantascienza. E io non ne ho più la voglia né le forze».

E l’idea di un remake? «Una cosa di cui si è fantasticato per anni con Alfredo Castelli era questa: fare i remake delle migliori storie bonelliane, modernizzandole nei testi e nei disegni. Certo, ci sono storie che sono, giustamente, considerate intoccabili (e qui fa i nomi di Memorie dell’invisibile e di El Muerto, nda). Però ci sono storie con buone idee andate sprecate, magari perché scritte di corsa o affidate al disegnatore sbagliato. Storie che potrebbero essere valorizzate in pieno da una riscrittura e da un disegno diverso e destinate al pubblico di oggi. Quindi sì, credo che una linea Ultimate Bonelli funzionerebbe, e alla grande.

E un Ultimate Nathan Never? «Nella serie mensile no. Uscirà invece una miniserie di sei albi, disegnata da Germano Bonazzi, che racconterà in maniera diversa  – e, spero, più organica e interessante – le origini del personaggio. Si racconterà il periodo “oscuro” di Nathan alla ricerca di sua figlia Ann. Vedremo Ann insieme a Ned Mace e ritroveremo i personaggi principali della saga».

Michele Medda ha anche sottolineato il proprio rifiuto di una narrativa dalla moralità incerta, dove l’autore non sceglie da che parte stare, se con i buoni o con i cattivi.

«Ma sono consapevole che non possono esistere i dieci comandamenti della narrativa scolpiti nel marmo. Andrea Pazienza disse una volta che gli interessava semplicemente “smuovere qualcosa nel lettore, anche sotto la cintura”. Ora io non penso che la narrativa debba avere una funzione etica, ma a me piace la narrativa che ce l’ha, che si pone un problema etico. Senza dimenticare che il discorso vale nell’ambito del realismo. Altrimenti dovremmo accusare di immoralità anche Lupin III, perché l’eroe è un ladro, o Braccio di Ferro, perché risolve qualsiasi situazione solo coi pugni (e “bara” perché è dopato dagli spinaci)».

Infine, una considerazione sugli autori del fumetto popolare e sulla creazione dei cosiddetti capolavori: «Non arrivo a dire quello che diceva Mino Milani, e cioè che noi scrittori popolari siamo ciabattini, però stare fermi a guardare la pagina bianca, quando sai che corri contro il tempo e devi macinare tavole su tavole, non è come guardare le stelle. Non pensiamo ai grandi misteri dell’universo».

«Ci poniamo domande immediate: “Come posso fare un inizio intrigante?” “Come posso rendere fluido questo dialogo esplicativo?” “Il carattere di questo personaggio viene fuori in questa scena?” e così via. Il significato della storia è nascosto anche a noi stessi. Per la maggior parte delle volte lo mettiamo a fuoco in un secondo momento, quando siamo già avanti nella stesura. E a volte – spesso? – non è nemmeno un significato memorabile. Quindi tanto vale preoccuparsi di scrivere una storia che risulti almeno “entertaining”».

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5 Commenti

  1. Valenti, mi spiace che tu entri a gamba tesa a commentare qui, senza specificare a chi legge di che cosa stai parlando, visto che oltretutto si tratta di una faccenda che risale a quattro anni fa.

    In ogni modo: non ho mai sparato a zero sul *vostro lavoro*, che peraltro non avevo letto, ma ho espresso un parere *sulla discutibile copertina* da voi utilizzata. E l’ho fatto sul mio sito, dove spero mi sia concesso esprimere un parere personale.

    Se rileggi il pezzo ora ti accorgerai che non ho affatto usato toni apocalittici, e che la critica era finalizzata a una riflessione generale, peraltro allargata a un altro caso di riferimento inopportuno (secondo me) a un fatto reale.

    Per chi volesse capire, il mio pezzo (“Ho qualcosa nell’occhio”) è qui:

    Ultima cosa: ti rispondo qui perché io non ho un account facebook, e non ho trovato un tuo indirizzo e-mail. Il mio è pubblico, è nel mio sito (e lo è sempre stato).

    Avresti potuto scrivermi e anche dirmene quattro, se volevi, anziché covare risentimento per quattro anni e sbottare qui coram populo dicendo cose che nessuno capisce.

    Cordiali saluti

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