Arriva il terzo volume della collana Historica e stavolta avrete a che fare con un’intensa vicenda ambientata nell’era Napoleonica: Memorie della Grande Armata, capolavoro di area bd scritto da Dufranne e disegnato da Alexander!

Historica vol. 3 – Memorie della Grande Armata

Autori: Michel Dufranne (testi), Alexis Alexander (disegni)

Casa Editrice: Mondadori

Provenienza: Francia

Genere: Guerra

Prezzo: € 12,99, 21 x 28, pp. 200, col.

Data di pubblicazione: gennaio 2013


La collana Historica della Mondadori, dedicata a fumetti di provenienza franco-belga e che presenta opere inserite in contesti storici ben precisi, ci ha già donato gioielli come Airborne 44 e Bois-Maury che a mio avviso dovrebbero essere presenti nella libreria di qualsiasi estimatore della letteratura disegnata degno di questo nome, e in tutta sincerità credevo che sarebbe stato arduo, in occasione della terza uscita della serie, leggere qualcosa che fosse allo stesso livello di quei capolavori.

Fortunatamente mi sbagliavo, e di grosso pure, poiché Memorie della Grande Armata, scritto da Michel Dufranne e disegnato da Alexis Alexander, è eccezionale e mi piacerebbe consigliarne a tutti la lettura e stop. Ma in genere scrivo recensioni per evidenziare i pregi (tanti) e i difetti (in questo caso nessuno) di un fumetto e non posso non concedere la giusta attenzione a un volume che propone l’intera saga, costituita da quattro episodi.

La vicenda narrata da Dufranne si svolge, almeno formalmente, nel periodo napoleonico. Scrivo ‘almeno formalmente’ perché il protagonista principale della story-line, il tenente Godart, membro di una Compagnia d’élite del secondo reggimento dei Cacciatori a cavallo, rievoca le sue vicissitudini giovanili da anziano, in un momento, quindi, in cui Napoleone non c’è più (e va specificato che non appare mai nel libro, sebbene la sua figura, a conti fatti, sia implicitamente presente). Il lettore viene a conoscenza del drammatico passato del tenente tramite le pagine di un diario e Dufrenne rivela l’influenza della narrativa memorialistica, incentrata sul tema della rimembranza in senso proustiano (e i testi, di profondità letteraria, richiamano, fatti i dovuti distinguo, proprio l’espressività di quelli dello scrittore francese).

Nel primo episodio, collocato dopo le vittorie di Austerlitz, vediamo Godart e i suoi compagni in Polonia. L’Armata la sta attraversando con l’intenzione di raggiungere la capitale dell’Impero Russo ma va da sé che le cose non saranno facili. E non tanto perché i soldati dovranno affrontare insidie e pericoli ma perché la guerra, intesa come la quintessenza del Male, tra essi provoca laceranti divisioni e incessanti conflittualità. Non c’è infatti cameratismo e le incomprensioni, dovute a differenze sociali, culturali e linguistiche (significativa la contrapposizione tra francesi e polacchi che non riescono quasi mai a comunicare a causa, appunto, della lingua), compromettono la missione. Anche la natura, a mo’ di matrigna leopardiana, contribuisce a rendere difficile la vita dei soldati: pioggia e neve dilagano e se c’è il sole bisogna subire la siccità.  Nel secondo episodio, l’Armata a un certo punto dovrà addirittura vedersela con un branco di lupi affamati e basta questo per comprendere il contesto estremo in cui Godart e compagni sono costretti ad agire.

Il conflitto è talmente esasperato che un altro concetto ricorrente è quello del duello. Capita perciò che i commilitoni si sfidino, manipolati da un contorto senso dell’onore, magari per un’inezia. È a questo che porta la guerra, sembra volerci dire l’autore, e la guerra chiaramente implica battaglie, morti efferate, uccisioni, sangue, evidenziati e rappresentati dall’abile Alexander con una dovizia di particolari che non può lasciare indifferente nessuno.

Pur delineando una vicenda che potremmo senz’altro definire appartenente ai generi bellico e storico, inoltre, lo sceneggiatore si diverte ad inserire dettagli che rimandano al thriller. Nel primo episodio, per esempio, buona parte della trama ruota intorno al mistero dell’assassinio di alcuni soldati e nella seconda si potrebbe addirittura credere che ci sia una famelica tribù di licantropi (e Dufrenne gioca con vaghe suggestioni horror). È semplice allora intuire l’assoluta peculiarità di Souvenirs de la Grande Armée.

Gli uomini sono tutti, fondamentalmente, vittime. Vale per i soldati umili e analfabeti. Vale per i generali. Per le popolazioni  che si trovano costrette, loro malgrado, ad avere a che fare con gli invasori. La guerra distrugge ogni essere vivente ma c’è chi la persegue. È evidente nella sequenza ambientata in una loggia massonica: uno dei presenti afferma che il conflitto è necessario poiché dà a ciascuno l’opportunità di liberare gli istinti repressi, tesi agghiacciante che rimanda alla teorie di immoralisti alla De Sade o a massoni come De Molay, peraltro citato nei dialoghi. Un altro male che contamina l’animo umano è la superstizione. I soldati sono ossessionati dal malocchio e ci sono accenni alle veggenti e alle fattucchiere che in Francia venivano interpellate da esponenti delle classi sociali più elevate (ricordiamoci dello scandalo dell’occultista La Voisen, per esempio). Un’altra piaga è l’anti-semitismo che Dufrenne ci presenta in poche, incisive pagine imperniate sulla strage di una comunità ebraica.

Nel terzo episodio, la memoria, già rilevante, diviene fondamentale e tutto ruota intorno ai ricordi di una bella infermiera che cerca di aiutare i soldati feriti. Qui il senso della famiglia conta moltissimo e la vicenda si basa su una serie di suggestivi flashback. Anche stavolta non mancano le influenze del thriller e del mystery ma gli enigmi della story-line riguardano le origini e l’identità della giovane donna che suscita le passioni sfrenate di individui senza scrupoli, con esiti tragici. L’altro tema importante è la vendetta. Godart, ormai invecchiato, si reca da un uomo, colpevole di un atroce crimine, per punirlo. Senza anticipare nulla, specifico che la sequenza mi ha fatto pensare alle pellicole di Sergio Leone, con l’eroe che dopo anni e anni si rifà vivo per regolare vecchi conti.

La paternità ritorna nell’ultimo, sorprendente capitolo. L’incedere narrativo è più sconnesso, anzi, errabondo, giusto per citare la definizione di uno dei personaggi. Godart è morto e l’attenzione dell’autore si rivolge al figlio che non ha mai avuto un rapporto idilliaco con lui. Il conflitto in questa occasione investe i legami famigliari: il ragazzo nutre rancore nei confronti del genitore; la moglie non comprende l’atteggiamento intransigente del marito e così via. Solo il diario di Godart potrebbe forse spiegare tutto e alcuni stralci, che implicano vari flashback, impostano il ritmo della narrazione. Ritmo più lento rispetto a quello dei capitoli precedenti ma appropriato per quella stagione della vita, riflessiva e crepuscolare, che definiamo vecchiaia. Nemmeno stavolta, però, Dufrenne si esime dall’estremizzare la negatività dei conflitti (persino i massoni sono divisi) ed evidenzia gli orrori dello schiavismo e del cannibalismo.

Come è facile intuire, la violenza non latita e con la sua insistenza su uccisioni, ferite e mutilazioni, Dufrenne raggiunge il suo obiettivo: quello di farci detestare qualsiasi guerra. A dargli man forte, però, c’è Alexis Alexander. Il penciler serbo è essenziale per la raffigurazione dell’universo infernale  immaginato dallo sceneggiatore. Il suo tratto è realistico e Alexander svolge un lavoro sopraffino, rappresentando le armi, le divise, gli sfondi, gli interni delle case e, last but not least, le intense passioni che animano i personaggi con perizia indiscutibile. Imposta la tavola in maniera creativa: numerose pagine sono impreziosite da piccole vignette ricche di particolari; in altre sono più grandi e, all’inizio di ogni sequenza, si nota un’inquadratura di ampio formato (di solito un paesaggio ma non solo) che introduce il contesto specifico dell’azione. È ovvia l’influenza della tradizione paesaggistica europea e sono da segnalare le pagine prive di testo.

In esse tutto si affida alla cinematicità dello story-telling e basta osservarle attentamente per comprendere la straordinaria versatilità del disegnatore che si dimostra a suo agio nelle tavole più statiche così come in quelle, appunto, in cui, la fulmineità e l’immediatezza dell’atto violento giocano un ruolo importante. Nel volume, peraltro contrassegnato da un’ottima qualità di stampa, nemmeno i colori sono trascurabili. Il bravissimo Jean-Paul Fernandez valorizza l’arte di Alexander indulgendo in tonalità oscure e gotiche, adatte all’opprimente atmosfera di morte della vicenda, ma quando è necessario opta per soluzioni cromatiche più calde e vivide. Anche su questo versante, quindi, Memorie della Grande Armata è da prendere in considerazione.

Per l’ennesima volta, quindi, Historica si conferma una proposta editoriale eccellente. Il terzo volume è la dimostrazione di quanto possa essere artisticamente valido il  medium fumetto; un esempio di esito creativo che nella fattispecie ha il pregio di farci comprendere un’amara verità: che in una guerra non esistono vincitori e vinti, se non a un livello superficiale. In una guerra esistono solo sconfitti. Non mi pare poco. E di sicuro è molto più di quanto si possa ricavare da tanti blasonati saggi storici.


Voto: 8

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