Seconda parte

Per entrare più nello specifico dei volumi vorrei fare delle considerazioni, anche in parallelo, su entrambi.

L’Armadillo è pieno di gag esilaranti come quelle che abbiamo imparato ad amare sul blog. Non so voi, ma io ho riso a crepapelle per quella sulle rotelle (“vrrrrrrrrrrrrrrrrr”!) o quella della guerra alle formiche (che ricorda anche il povero padre di Mafalda e le sue piante). Questa scelta di “vicinanza” al blog mi pare la più azzeccata come prima pubblicazione, considerata peraltro l’aggiunta del colore (davvero gradevole) rispetto alle copie autoprodotte.

Ma al di là di ciò, la “cornice”, il fil rouge che connette il libro, gli conferisce una dimensione ulteriore e più profonda. Il tema, infatti, è sostanzialmente quello dell’elaborazione del lutto, che rappresenta un’occasione per fare introspezione. Anche in questo Zerocalcare è stato grande, sia nell’Armadillo che nel Polpo, perché è capace di mostrare serenamente sé stesso (e così ognuno di noi) palesando tutti i propri dubbi, i timori, finanche la vigliaccheria e le ombre. Anche le immagini più paradossali, come quella di Zero che sta per cadere nel “vuoto pneumatico del silenzio imbarazzato” sono più vere che mai, e rispecchiano situazioni di vita reale, tanto che potrebbe affermarsi che, proprio sotto questo aspetto, siamo in presenza del nuovo fumetto “popolare” italiano. Ogni generazione ha i suoi narratori, e Zerocalcare racconta e rispecchia una generazione (la sua, la nostra), con grande abilità.


Oltre all’armadillo (amico immaginario/alter ego un po’ Grillo Parlante un po’ Lucignolo),  anche la figura del “guardiano del tempismo” (il “lato oscuro” dell’armadillo) è un simbolo che incarna, a mio vedere, i nostri limiti e l’incapacità dell’uomo, per i motivi più disparati, di manifestare i propri sentimenti nel momento più opportuno. A volte riusciamo anche a comprendere, durante o dopo, quale sia questo fantomatico “momento giusto”, ma spesso non riusciamo a coglierlo. A volte abbiamo altre occasioni, altre no, e quell’attimo perfetto è fuggito via. I più bravi lo afferrano subito, i più determinati o fortunati riescono a ricrearlo o ritrovarlo, ma per i più è andato, e brucia. In questo ci vedo anche un ruolo “sociale” del messaggio contenuto nel libro o, se volete, il consiglio di un amico: “l’ho provato sulla mia pelle, e fa male, quindi attento a non caderci anche tu”. Sotto tale profilo l’Armadillo è un’opera molto toccante e delicata, e mi chiedo quanto si sentano fortunate le persone che ivi sono descritte, trasformate in personaggi per l’occasione.

Il Polpo è diverso.

Innanzitutto si capisce che si tratta di un’opera concepita già per avere un’unicità ed una lunghezza specifiche (nell’Armadillo ci sono scene assolutamente estrapolabili dal contesto), un’opera dunque maggiormente ragionata e “costruita”, ma non a danno della spontaneità.

Vi è inoltre una maturazione artistica dell’autore che “si prende più sul serio”: meno gag “tradizionali” (solo in un paio di punti veramente esilaranti), maggiore spessore introspettivo, maggior cura nel disegno e nella sceneggiatura (in particolare nei colpi di scena, soprattutto nel finale), narrazione più romanzesca, a volte a scapito dell’umorismo. Quest’ultima scelta è sempre difficile per un autore “umoristico”; per fare un paragone potrei citare Ortolani con il numero 46 di Rat Man “La storia finita”, per intenderci, quello con le citazioni a “Il vecchio e il mare” di Hemingway e che destò molte critiche da parte dei fan “puristi”. Ma anche qui Zerocalcare dimostra molto bene di essere più di un vignettista scaltro nell’accattivarsi la simpatia del pubblico, e di avere i numeri dell’autore a tutto tondo.

Avere “un polpo alla gola”, al di là della geniale trovata grafica, è una bella metafora del vivere umano: in un racconto che tocca diverse fasi della vita (giovinezza, adolescenza ed età (semi)adulta), Zerocalcare ci fa vedere quanto sanno essere feroci i bambini, le pulsioni degli adolescenti e la “crisi” della crescita, fino ad arrivare al desiderio degli adulti di risolvere alcuni nodi lasciati, con il tempo, in sospeso, e che ogni tanto ritornano al pettine.

A fare un sereno autodafé, ognuno ha il suo “polpo alla gola” (in verità, secondo me, più di uno), ma la verità è che è solo una percezione, un vincolo autoimposto, il timore di respirare liberamente. C’è chi lo riesce a capire e se ne libera, e chi invece vi rimane avvinghiato.

Questo messaggio, leggero come fiocchi di neve, si posa nel lettore per tutto il libro, fino al suo abilissimo finale.

In conclusione, detto in una frase, sia “La profezia dell’armadillo”(Colore 8 bit) che “Un polpo alla gola” si meritano tutto il successo che hanno riscosso.

E preme sottolineare quanto fondamentale, in questo successo, sia il ruolo dell’editore,  Bao Publishing, che si è dimostrato, ancora una volta, capace di valorizzare talenti nazionali (com’è accaduto anche per Makkox), rendendone l’opera accessibile al grande pubblico, pubblicizzandola in maniera degna ed incarnandola in edizioni ottimamente curate e perfettamente distribuite.

Ed è fondamentale anche la personalità dell’autore: Michele (Zerocalcare) è una persona eccezionale, che ho visto in più occasioni dedicare copie a centinaia, fino ad avere i crampi alle mani, per far contenti i suoi fan, i suoli lettori.

L’immagine di lui che, allo stand Bao a Lucca, disegna armadilli sulle copie (poi esaurite) dei suoi libri, e seduto al suo fianco il suo editore che lo “aiuta con i neri” perché nessuno vada via scontento dalla fiera, è l’immagine che, a mio avviso, meglio rappresenta questo fenomeno editoriale del 2012.

Ci aspettiamo grandi cose anche per quest’anno (e magari, ma qui parla il fan che è in me, qualche post in più sul blog).

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