Autore: David Small (testi e disegni)
Casa Editrice: Rizzoli/Lizard
Provenienza: USA
Prezzo: € 19,90


Difficilmente consiglio l’acquisto di un fumetto. In genere, in una recensione, mi limito a dare un giudizio positivo o negativo, affermando che una determinata opera può, a mio avviso, essere meritevole o no di lettura, ma niente di più. Tuttavia, stavolta faccio un’eccezione poiché Stitches va assolutamente acquistato e, naturalmente, letto. Per giunta, non uso spesso il termine capolavoro; ma, in tutta sincerità, non saprei in quale altro modo definire la graphic novel di David Small, pubblicata da Rizzoli/Lizard.

David Small fa parte di quella folta schiera di autori che, al pari di Craig Thompson o Art Spiegelmann, hanno realizzato fumetti autobiografici ottenendo notevole attenzione critica, anche al di fuori del mondo dei comics. Small, peraltro, ha alle spalle una carriera di illustratore per  ‘The New Yorker’ e ‘The Washington Post’, tra le altre cose, e ha vinto numerosi premi. Si è anche occupato di libri per bambini, con notevole riscontro; tuttavia, con Stitches, si è allontanato dall’ambito dell’editoria per l’infanzia, entrando in quello più maturo delle graphic novel.

E quest’opera ha suscitato un entusiasmo enorme, stimolando commenti lusinghieri di autentici mostri sacri come Jules Feiffer, Robert Crumb o, addirittura, il sorridente Stan Lee. Stitches è un’opera autobiografica, che inizia dall’infanzia di David Small (e le esperienze e le impressioni infantili hanno un’importanza basilare nella storia), per concludersi con il periodo in cui Small frequenta un college. Small nasce a Detroit e trascorre buona parte degli anni giovanili in una città caratterizzata da fabbriche, fumo e grigiore quotidiano ma con, nello sfondo, lo spettro onnipresente del benessere capitalistico, rappresentato da macchine lussuose, locali esclusivi e i tipici status dell’élite dei ricchi privilegiati (che, a tratti, fanno la loro comparsa nel libro).

Il nucleo familiare di David (siamo nell’ambito della classe media) è impressionante: il padre è un medico fintamente bonario ma sostanzialmente distratto; il fratello maggiore non lo considera e passa il tempo suonando la batteria; e poi c’è la madre. Una madre che, palesemente, non ama David; che non ha mai una parola gentile nei suoi confronti; che non rivela mai un sentimento anche solo lontanamente paragonabile all’affetto. Una bigotta che considera ‘Lolita’ di Nabokov pornografia e che, in poche parole, crea in David un senso di vuoto, di aridità emotiva e di isolamento sconcertanti. Una madre, per giunta, ossessionata dal denaro e dalle spese, restia persino a mandare il figlio dal dottore, in caso di necessità.

E David di cure mediche ne avrebbe bisogno: gli appare, infatti, una strana protuberanza nella gola (una ‘crescita’, come la chiamano in famiglia); ma tutti in casa minimizzano e l’esistenza di David si trascina in giornate noiose, in visite alla nonna (che, per giunta, è pazza) e in situazioni che diventano sempre più angosciose e dolorose. Il tempo passa, però, e David, a un certo punto, è costretto a subire un intervento che lo priva dell’uso delle corde vocali.

Perché la ‘crescita’ era un cancro. L’operazione riesce; tuttavia, i rapporti familiari peggiorano. La madre è scostante. Il padre distaccato. Il fratello è come se non esistesse. E David, entrando nella fase critica dell’adolescenza, sviluppa una psicosi che lo spinge a comportarsi male, ad abbandonare la scuola, a compiere atti inconsulti, fino al punto da doversi recare da uno psichiatra. Tuttavia, è in questo frangente che David incomincia a sviluppare l’amore per l’arte e per il disegno che, a conti fatti, lo salverà.

Ma molte questioni rimangono irrisolte: perché la madre di David si è comportata in quel modo con il figlio? Qual è la sua giustificazione? Che segreti nasconde? E, soprattutto, da cosa è stato causato il cancro che ha colpito David? E, quando l’autore fornisce le risposte… il lettore non potrà rimanere indifferente. I testi di Small sono diretti, intensi e poetici, senza cadere nel melodrammatico; ma ci sono pagine prive di testo e, curiosamente, in quei casi i disegni di Small rivelano tantissimo, molto più delle parole. E il tratto grafico dell’autore è un riuscito mix di stilemi underground, con un bianco e nero suggestivo ed efficaci chiaroscuri, che ben esprimono le emozioni dei personaggi.

La storia, pur autobiografica, non è ancorata al realismo propriamente detto; nel senso che i ricordi sono trasfigurati da una sensibilità visionaria che ricrea la realtà con influssi surrealisti. Infatti, ci sono incubi che fanno pensare a certi trip psichici dei film di David Lynch. E, a volte, anche le sezioni meno oniriche hanno una matrice fantastica; per esempio, lo psicanalista di David ha le sembianze di un coniglio antropomorfo, sul genere di quelli presenti in Inland Empire di Lynch o di quello di un altro cult-movie, Donnie Darko (del cui regista, ahimé, non ricordo il nome).

Con Stitches David Small si è rivelato artista di notevole spessore, dimostrando, per giunta, coraggio notevole nella rappresentazione dei traumi di una vita e nelle confessioni di segreti opprimenti e scottanti riguardanti la madre e, più in generale, la sua famiglia. In definitiva, Stitches, come L’Alcolista di Jonathan Ames, è la prova che la ‘letteratura disegnata’ nordamericana ha raggiunto elevatissimi livelli. Stitches, lo riaffermo, è un capolavoro. Compratelo. Ne vale la pena.


Voto: 10

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