Doom Patrol di Grant Morrison n. 1 – Recensione

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Arriva la pubblicazione integrale dell’unico super gruppo surrealista esistente: la Doom Patrol di Grant Morrison! Preparatevi per le avventure dadaiste e folli di Robotman, Crazy Jane e altri personaggi in una delle testate più anti-convenzionali della Vertigo!

Doom Patrol di Grant Morrison n. 1

Autori: Grant Morrison (testi), Richard Case (disegni)

Casa Editrice: RW-Lion

Provenienza: USA

Genere: Supereroi

Prezzo: € 24,95, 16,5 x 25,2, pp. 304, col.

Data di pubblicazione: maggio 2012

 


Negli anni sessanta la DC propose un bizzarro supergruppo, la Doom Patrol, che pur non vantando grandi vendite si guadagnò uno zoccolo duro di fans e la cui serie divenne un cult. Creata da Arnold Drake, la Pattuglia del Destino era una versione più strana degli X-Men prima maniera (e del resto Drake scrisse vari episodi dei pupilli del Professor Xavier) e le atmosfere delle storie erano più surreali e inquietanti di quelle di altri eroi della casa editrice.

Tuttavia, i lettori sono maggiormente interessati all’interpretazione eversiva che ne diede il geniale Grant Morrison negli ottanta. Lo scrittore scozzese se ne occupò quando la DC, sulla scia di Alan Moore con Swamp Thing, era propensa ad usare autori britannici per rinnovare eroi minori (Neil Gaiman con Black Orchid; Peter Milligan con Shade The Changing Man e lo stesso Morrison con Animal Man).

Nel DCU post-Crisis la vecchia Doom Patrol esisteva ancora e l’etichetta aveva varato un mensile ad essa dedicato scritto da Paul Kupperberg. Benché interessante, si mantenne su livelli convenzionali e in seguito alla miniserie Invasion buona parte dei componenti del team uscì di scena. A questo punto, la DC, consapevole del successo di Animal Man, propose a Morrison di scrivere pure le avventure della squadra e Grant accettò l’incarico.

E il risultato fu uno dei comic-book più folli mai pubblicati negli Stati Uniti e in un certo qual modo quasi un’anticipazione di The Invisibles. Grant iniziò la sua run con il n. 19 della testata e delineò una story-line caratterizzata da situazioni e ambientazioni mai viste in un albo DC. L’assunto di Grant era questo: nel DCU esistono minacce che un supereroe può affrontare; ma ne esistono altre talmente inclassificabili che solo una psiche schizoide può comprendere e contrastare. E nella Doom Patrol morrisoniana gli schizoidi abbondano.

Grant conserva della vecchia formazione il leader Niles Caulder, costretto su una sedia a rotelle, uomo freddo e calcolatore, nonché attratto da qualsiasi cosa si discosti da ciò che la mentalità comune definisce normale; il frustrato Robotman, il cui cervello è inserito in un corpo, appunto, robotico; e il tormentato Joshua, restio a fare uso dei suoi poteri e non entusiasta di far parte del gruppo. Ad essi Morrison aggiunge character di sua invenzione: Dorothy Spinner, ragazzina down capace di concretizzare i pensieri di chiunque; Crazy Jane, in possesso di sessantaquattro personalità diverse (e altrettanti superpoteri!) e l’angosciante uomo/donna Rebis. E va da sé che i villain non sono da meno.

In questo tp della linea DC Essential potrete leggere i nn. 19-30 del comic-book che costituiscono le prime scioccanti sequenze ideate da Morrison. In un turbinio di vicissitudini ansiogene e destabilizzanti, la Pattuglia del Destino avrà a che fare con gli Uomini Forbice, creati da scrittori di impostazione borgesiana e che provengono dalla dimensione di Urqwith; la spiazzante Confraternita del Dada, il cui leader, il Signor Nessuno (alias Morden, vecchio criminale dei sixties), si ispira al surrealismo e al dadaismo; e addirittura Dio incarnatosi in Jack Lo Squartatore che vive in un’immensa magione piena di farfalle! E vanno citate altre stranezze: libri magici dalle pagine nere, quadri che divorano la realtà, stazioni della metropolitana situate nei cervelli e così via.

I testi di Morrison sono visionari e allucinati e non mancano citazioni letterarie e culturali tra le più disparate: la matematica frattale, le poesie di Coleridge, il romanticismo di De Quincey, l’occultismo di Austin Osman Spare, gli gnostici, Scientology, le favole di Lewis Carroll e del Mago di Oz, il cut-up di Burroughs, Yeats (Crazy Jane si ispira alle opere del poeta irlandese) e così via. Leggere Doom Patrol quindi è come trovarsi su un ottovolante lanciato a folle velocità in mondi assurdi e questi numeri, in particolare, anticiparono lo stile della Vertigo, ancora di là da venire (e Doom Patrol ne fu uno dei prodotti di punta, perlomeno fino a quando Grant si occupò delle sceneggiature).

Doom Patrol è stata l’unica serie, al pari di Shade The Changing Man di Milligan, a descrivere la pazzia senza filtri, al punto che ogni episodio può essere considerato un trip acido o una seduta di autoanalisi poiché l’autore gioca con simboli e archetipi (emotivi, filosofici, sessuali) dell’inconscio collettivo. L’unico rammarico è dato dal fatto che i disegni sono di Richard Case, dal tratto non eccelso, sebbene efficace nella rappresentazione delle fantasie contorte e terrificanti di Grant.

L’edizione RW-Lion, pur non eccezionale, è accettabile e va dato atto alla casa editrice di aver avuto il coraggio di proporre un serial che non può mancare nella libreria degli estimatori di Morrison, della DC e in generale del fumetto a stelle e strisce. Se facesse uno sforzo in più e proponesse pure Animal Man e il già citato Shade The Changing Man di Milligan sarebbe cosa buona e giusta. Speriamo bene. In ogni caso, il volume è da tenere d’occhio.


 

Voto: 7,5

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2 Commenti

  1. Non vedo l’ora che RW Lion passi oltre quanto già stampato da Magic Press : io ho parecchi albi originali, ma mi manca, per esempio, quello disegnato da Kelly Jones con le origini di Danny The Street, l’unica strada transessuale dei comics !
    Condivido l’entusiasmo di MF, ma non penso che le cose di GM siano ansiogene e destabilizzanti. Anzi. Mi permetto di applicare all’opera morrisoniana il punto di vista di Morrison sulla opera omnia di Batman e di trovare una continuità da DP alle cose + recenti come il Supes in jeans del recente reboot.
    L’autore, oggi come ieri, dice ai suoi lettori che fuori dalle loro finestre, ma anche negli infissi ed in quel punto ics dove non arriva la luce, esistono mondi sui quali è interessante speculare. Il protagonista dello Straniero di Camus, al gabbio x un omicidio, nota che si potrebbe passare una vita intera fantasticando su di una singola informazione perchè è tutto preso da un ritaglio di giornale che è il suo unico passatempo. Morrison passa oltre e ci dice che possiamo provare e reinterpretare qualsiasi aspetto del reale. Ed è tutto vero, simultaneamente, nel momento in cui possiamo pensarlo. L’unico limite è la ns capacità percettiva. Il concept originale dello Ipertempo prima dei rimaneggiamenti di Waid, come Grant lo aveva codificato: tutte le storie, tutte le dimensioni , Crisi o non Crisi, sono vere nella testa del lettore dove continuano a fiorire.
    Dio non si è reincarnato in Jack The Ripper, ma sarebbe interessante parlare di un eterno collezionista di anime/farfalle che si annoia ed impazzisce come chiunque passasse il tempo a trafiggere con uno spillo una cosa che ha il dono di esser bella per poco.
    Meme – quando il termine non era di moda – come un posto che esiste solo perchè qualcuno ne detta i presupposti. L’universo nella zucca di una persona violata a cui non basta una nicchia in cui ripararsi dal temporale.
    Il Rebis matrimonio alchemico dei due sessi come contenitore per una energia irrefrenabile. La adolescenza come manifestazione di fantasmi che sanciscono i riti di passaggio. Ed altro ancora.
    L’unico elemento destabilizzante nella saga – tra l’altro perfettamente integrato nel mainstream dai recenti Giovani Titani di Johns e Daniel – è il disegno perverso di Niles che ha provocato gli incidenti di Steele & Co x catalizzarne la trasformazione in freaks. Non proprio Chuck Xavier…

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