Con Deadwood Dick – Black Hat Jack, giungono al terzo volume le avventure del cowboy di colore nato dalla penna del geniale Joe R. Lansdale i cui racconti sono stati trasposti in fumetto dalla Sergio Bonelli Editore mai avara nell’attingere alla vasta produzione western nostrana e non.

Avevamo lasciato Dick nel secondo volume – la nostra recensione QUI – affrontare gli “equivoci” della cittadine in decadenza di Hide & Horns. Un nero che seppellisce un bianco infatti non è qualcosa che può passare inosservato e Dick aveva imparato a sue spese, e rischiando ovviamente la pelle, che nessuna buona azione resta impunita e che il colore della pelle – nero o giallo che sia – nel profondo sud rappresenta ancora un “problema”.

In Deadwood Dick – Black Hat Jack ci ritroviamo nel West Texas. Dick accompagna l’amico Black Hat Jack in quella che dovrebbe essere una battuta di caccia al bufalo. Dovrebbe perché i due trovano riparo nella cittadina di Adobe Wells, già teatro 20 anni prima di una sanguinosa battaglia, dove una coalizione di indiani Comanche, Cheyenne, Kiowa e Arapaho sono pronti a spazzare via l’uomo bianco reo di dare la caccia alla loro fonte di sostentamento.

Dick, Jack e lo sparuto gruppi di uomini si trincera nello sgangherato saloon locale cercando di sopravvivere alle ondate con cui i guerrieri indiani cercano di farli fuori. Ad un certo punto però nella prateria compaiono due cavalieri in fuga e Dick, viste le rimostranze dei suoi compagni, decide di uscire in loro soccorso. Al gruppo quindi si unirà la cowgirl Annie. Con un colpo tanto impossibile quanto fortunato l’assedio termina e Dick, Annie e Black Hat Jack possono riprendere il loro cammino.

Ma la panhandle del Texas è un posto tutt’altro che accogliente e un nuovo scontro con gli indiani Kiowa costerà caro proprio a Black Hat Jack. Rimasti soli, l’attrazione fra Dick e Annie sfocia in un turbine di passione almeno fino a quando, giunti in una piccola cittadina, Dick ricorda di essere nero ed Annie bianca… il cowboy riprenderà quindi il suo cammino in solitaria.

Joe R. Lansdale rievoca in maniera romanzata, e aggiungendovi il personaggio di Deadwood Dick insieme ad altri di pura finzione, la Seconda Battaglia di Adobe Wells del 27 giugno 1874 che Mauro Boselli adatta in una storia dal piglio fulmineo che trasuda “frontiera” da tutti pori.

La prosa è abrasiva, lontana dalla correttezza formale e morale dell’icona di casa SBE Tex, così come l’azione è scevra di gesti eroici ed al contrario è tutta pregna di istinto di sopravvivenza.

Il volume si divide idealmente in due parti: la prima con l’assedio vero e proprio e la seconda più riflessiva e decadente.

L’assedio è gestito da Boselli inserendo l’eterogeneo e rissoso gruppo di cowboy in un luogo chiuso, uno standoff nervoso e grottesco, mentre la parte centrale diventa quasi un lungo piano sequenza cinematografico teso e brutale.

Passato il pericolo l’autore si concede un momento di sensualità salvo poi riprendere le fila di quella che è stata la tematica portante di tutti i volumi con protagonista Deadwood Dick: il razzismo.

Il finale poi è doppiamente amaro con la rievocazione degli avvenimenti e l’estremo saluto ai defunti persi nelle nebbie di un West che vive di leggende.

Ad impreziosire l’ottimo lavoro di Boselli c’è uno Stefano Andreucci davvero in grande forma. Il suo tratto è preciso, pulito e attentissimo ai dettagli con una costruzione della tavola che padroneggia con sicurezza la classica impostazione bonelliana utilizzando per enfatizzare l’azione riquadri orizzontali più ampi che amplificano anche la sconfinata spazialità dell’ambientazione texana.

È però nell’uso dei neri, nell’alternanza fra spazi vuoti e pieni, che il disegnatore si supera con le sequenze centrali dell’assedio che, ambientate di notte, assumono connotati decisamente più concitati e minacciosi in una grande prova “coreografica”.

Affascinante poi la sensualissima anatomia femminile di Annie che avvicina Andreucci ad un maestro come Paolo Eleutieri Serpieri.

Deadwood Dick – Black Hat Jack è il miglior volume finora prodotto ispirato ai racconti del cowboy di colore di Joe R. Lansdale merito di una storia che riesce a conciliare una visione più “realistica” dell’ovest con un plot solido ricco di azione ma non avaro nel riprendere quelle tematiche portanti della serie.

Solidissimo il volume cartonato di grande formato prodotto dalla Sergio Bonelli Editore che si contraddistingue anche per un corposo apparato redazionale dove trovano spazio oltre ad alcuni schizzi preparatori del disegnatore anche una interessante intervista a Joe R. Lansdale.

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