Il due ottobre 1969 faceva la sua prima (di molte) apparizione sui teleschermi giapponesi di TV Asahi la prima puntata di uno degli anime più iconici della sua generazione, ovvero L’Uomo Tigre (Tiger Mask in originale). La serie sarebbe approdata solo nel 1982 in Italia, per la prima volta sulla Rete 4 della allora Mondadori (in home video è disponibile invece per Yamato Video).

La trame è nota: Naoto Date è un orfano cresciuto dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un giorno, durante una gita allo zoo, alla vista della gabbia con i grandi felini, capisce di voler diventare forte come una tigre per combattere le ingiustizie; allora scappa e incontra l’emissario della Tana delle Tigri, un’associazione che addestra lottatori di wrestling provenienti da ogni parte del mondo. Si reca così sulle Alpi e lì trascorre i successivi dieci anni, sottoponendosi ad allenamenti durissimi, per poi andare in USA a combattere ed, infine, tornare in Giappone.

Come quasi sempre accadeva in quegli anni, la serie è basata su un manga scritto da Ikki Kajiwara e disegnato da Naoki Tsuji; l’impronta di Kajiwara, maestro del genere spokon, avendo al suo attivo manga come Rocky Joe e Tommy, la stella dei Giants, è subito evidente, avendo inserito il manga in un contesto socio-economico in cui esistono situazioni difficili, ovvero quella degli orfani, ma anche uno sviluppo economico costante del Paese; questa dicotomia è ben rappresentata da Naoto Date, orfano, ma che ha fatto fortuna e che riesce ad avere un tenore di vita molto alto, suscitando con questo una iniziale avversione e l’invidia dei bambini dell’orfanotrofio. Il fatto poi che sia un manga nato dal Giappone del dopoguerra si vede anche dal contrasto tra giapponesi e stranieri, i primi dotati di senso dell’onore molto accentuato; i secondi,… beh, proprio no.

Ciò che penalizza il manga, pubblicato da ultimo in Italia da Planet Manga, è probabilmente, oltre ad un tono più fanciullesco e ingenuo, lo stile di disegno, piuttosto tozzo, che non rende onore alla fisicità dei lottatori.

Ma ciò che ha reso L’Uomo Tigre un fenomeno, una leggenda anche al di fuori del Giappone, è la serie animata ed il responsabile del successo dell’anime ha un nome ed un cognome: Keiichiro Kimura qui al suo primo incarico da character designer e da supervisore dell’animazione (un connubio di incarichi che non si ripeterà più per lui). Il tratto così unico che distinguerà l’opera da ogni precedente ed ogni successiva ne segna un immediato successo, perchè in grado di esprimere al meglio la forza e la crudeltà dei lottatori sul ring: proprio il ring subisce una espansione in termini di spazio che non ha precedenti ed è assolutamente irrealistica, tanto da poter rivaleggiare con i celebri campi da calcio di un altro spokon di prima grandezza, Capitan Tsubasa (Holly e Benji). Ma hanno partecipato alla serie altri grandi dell’animazione giapponese, tra cui vale la pena ricordare Shunsuke Kikuchi (autore delle musiche anche di Dragon Ball) e Masaki Tsuji (sceneggiatore, che lavorò anche su Tommy, la stella dei Giants).

A dimostrazione del successo, a questa prima serie di 105 episodi, trasmessi in Giappone tra il 2 ottobre 1969 e il 30 settembre 1971, ne seguì una seconda, Uomo Tigre II, realizzato nel 1981, di 33 episodi, creata dagli autori della prima serie coadiuvati da Junichi Miyata. La serie, tuttavia, abbandona la denuncia sociale (sono anche cambiati i tempi) e cambia anche il nemico, ora un fantomatico arabo (strascichi della crisi energetica del 1973?).

Nel 2016  tocca a Tiger Mask W, di 38 episodi, che è il seguito ufficiale della prima serie. Ma prima è toccato ad un film live-action, nel 2013, che tuttavia non ha incontrato lo spirito della serie originale (per non parlare della resa di Mister X).

Ma il successo ha valicato il mondo anime, tanto che vari lottatori con quel mitico nome si sono succeduti sui ring nel corso degli anni.

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