Panini Comics propone un bel volume che si concentra sul materiale Marvel realizzato negli anni cinquanta, quando la casa editrice si chiamava Atlas, dedicato a uno dei più importanti supereroi di sempre, Capitan America. Come sanno i lettori, fu creato dai leggendari Joe Simon e Jack Kirby durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e nel giro di poco tempo diventò uno dei personaggi dei fumetti più amati e apprezzati, al pari di Sub-Mariner e della Torcia Umana Originale.

Dopo la fine del conflitto, però, i supereroi passarono di moda e scomparvero dalle edicole, con qualche eccezione. Tuttavia, il telefilm Adventures of Superman divenne uno degli show televisivi più seguiti e popolari e ciò spinse l’editore Martin Goodman a pubblicare qualche albo di giustizieri in calzamaglia, prevedendo un revival del genere supereroico. Fu una scelta obbligata, quindi, riprendere Cap, insieme a Sub-Mariner e alla Torcia, ma si trattò, comunque, di una cosa di breve durata.

Bisognò aspettare gli anni sessanta e l’avvento dell’era Marvel per il ritorno definitivo della Sentinella della Libertà agli antichi fasti. Quando, però, Stan Lee reintrodusse il personaggio nel mitico n. 4 di Avengers ignorò le storie degli anni cinquanta e spiegò che l’eroe aveva combattuto i nazisti durante la guerra insieme al fido Bucky. Quest’ultimo era poi morto e Cap era rimasto ibernato per una ventina d’anni. Chi è, dunque, il Capitan America che vediamo agire in questo volume?

Si chiama Steve Rogers. In principio fa l’insegnante ma poi, fedele alla sua nazione, decide di rivestire i panni di Cap, in compagnia di Bucky, e di combattere i nemici degli Stati Uniti. Come ho spiegato, Lee ignorò questi episodi e per molto tempo non furono presi in considerazione. Ma sceneggiatori come Steve Englehart ed Ed Brubaker chiarirono che il Cap degli anni cinquanta era davvero esistito. Si trattava di un uomo che, d’accordo con il governo, fingeva di essere Steve Rogers e lo stesso valeva per il fido Bucky.

Il libro propone storie tratte da Young Men nn. 24-28, il comic-book che diede il via al temporaneo ‘ritorno’ di Cap, Captain America nn. 76-78 e Men’s Adventures nn. 27-28. Il materiale è interessante e ha il merito di rappresentare il clima degli Stati Uniti in piena paranoia maccartista. Le storie hanno, infatti, un’impostazione propagandistica, in linea con la mentalità dell’epoca. Gli avversari di Cap sono comunisti sovietici o cinesi, anche se non manca il perfido Teschio Rosso, e molte avventure si svolgono in luoghi come la Corea, la Cina e persino l’Egitto. Ma la minaccia più insidiosa è interna.

Cap deve vedersela con i traditori ed è qui che si percepisce l’isteria tipica della guerra fredda, fomentata dal Senatore MacCarthy con la sua ‘caccia alle streghe’. L’America è costantemente attaccata da cittadini insospettabili, infide spie al soldo del comunismo e pronte a compiere qualunque efferatezza pur di raggiungere i propri obiettivi. Naturalmente, è tutto molto schematico: esistono i buoni e i cattivi, senza sfumature. Ma è un elemento tipico dei comics del periodo e va accettato. Le trame, inoltre, sono avvincenti, hanno un ritmo indiavolato, si basano quasi esclusivamente sull’azione e risultano tuttora godibili e divertenti.

I nomi degli sceneggiatori sono sconosciuti, dal momento che l’Atlas e le altre case editrici non erano abituate ad accreditare le storie. Non è da escludere che qualche episodio sia stato scritto in parte dall’allora giovanissimo Stan Lee, editor della Atlas, ma non esistono certezze. I disegnatori sono invece conosciuti. Un paio di tavole furono realizzate da Mort Lawrence, penciler piuttosto popolare negli anni cinquanta, e due episodi vennero illustrati da Bill Benulis e Jack Abel che sono in linea con lo stile grezzo, un po’ artigianale e raffazzonato, che andava di moda.

I restanti episodi sono disegnati dal grande John Romita Sr., lo straordinario penciler che negli anni sessanta fece impazzire i lettori con Amazing Spider-Man. Il suo tratto è ovviamente distante da quello che lo renderà celebre nei decenni successivi, ma è senz’altro valido. Alcuni hanno messo in discussione la qualità delle tavole create per queste serie e, a mio avviso, sbagliano. Come ho chiarito, qui lo stile di ‘Jazzy’ John è differente.

Risulta meno plastico, fluido ed elegante, ma è un suggestivo mix di Jack Kirby e Milton Caniff (si percepisce soprattutto l’influenza di quest’ultimo) e l’effetto complessivo è efficace. Il suo Cap ha una figura squadrata e aggressiva che verrà parzialmente ripresa negli anni settanta da Frank Robbins in The Invaders, la cura dei dettagli di alcune vignette è innegabile, a volte si concede suggestivi chiaroscuri, in particolare nelle storie che vedono Cap affrontare criminali come Electro (nulla a che vedere con il nemico dell’Uomo Ragno) e l’Uomo Senza Volto, e le scene d’azione sono dotate di una spiccata dinamicità.

Prevalgono inquadrature minuscole e non ci sono vignette a tutta pagina ma John riesce comunque a coinvolgere e a entusiasmare. Il volume include poi lo speciale Captain America: America First, uscito nel 2009, scritto e disegnato dall’ottimo Howard Chaykin di American Flagg! e Black Kiss. Il trasgressivo autore compie una curiosa operazione post-moderna, delineando una trama che ha come protagonista proprio il Capitan America degli anni cinquanta. La sua è una rilettura ‘critica’ dell’isteria maccartista e, di conseguenza, dei fumetti propagandistici a essa legati e, in effetti, l’eroe dovrà affrontare, con l’ausilio di un riluttante Nick Fury non ancora capo dello SHIELD, le macchinazioni di un senatore che ricorda molto McCarthy.

I testi e i dialoghi di Chaykin sono sarcastici e provocatori come di consueto e la storia ha il merito, tra le altre cose, di chiarire la posizione di questo Cap nel contesto complesso della continuity Marvel. I disegni hanno il classico taglio aggressivo alla Chaykin, con primi piani di impostazione cinematografica e un lay-out inventivo, impreziositi dai colori foschi e retrò di Edgar Delgado. Insomma, questa proposta editoriale è da prendere in considerazioni e ha il pregio di proporre opere per troppo tempo ingiustamente trascurate. Da provare.

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