Il Nome della Rosa: Parte 4 | Recensione

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Ieri sera è stata trasmessa la quarta e ultima puntata di questa rivisitazione in chiave seriale dello storico romanzo storico scritto da Sua Maestà Umberto Eco, la cui forza e potenza si esprime anche attraverso le performance di questi ottimi attori.

La struttura narrativa del Nome della Rosa è quantomeno complessa, e racchiude al suo interno una ricca serie di elementi e notizie che vengono mostrati al pubblico per stimolare una riflessione profonda su tematiche importanti come la fede, la filologia, che ha il nobile compito di studiare e custodire gli scritti, l’eresia dolciniana, utilizzata dall’Inquisitore Bernardo Gui per accusare l’intero ordine Francescano di essere eretico e, dunque, per potersi sbarazzare una volta per tutte di questi frati con i piedi sporchi di terra che vogliono imporre la povertà anche al resto della Chiesa Cattolica.

Trattandosi, poi, di una grande opera ambientata nel Medioevo, avrete un assaggio di ciò che fu quella piaga conosciuta con il nome di Santa Inquisizione e di come la chiusura mentale di taluni uomini di Chiesa li abbia spinti ad avere una visione della donna fortemente distorta, che li porta a dipingerle come tentatrici creature demoniache, dimentichi del fatto che anche le donne sono state create dal loro Dio.

Anche la tematica della lussuria viene abilmente analizzata: secondo Guglielmo, infatti, questo Peccato Capitale non si deve attribuire ai soli desideri della carne, ma in generale alla brama, sia essa della carne o del potere e del denaro.

Naturalmente, trattandosi di un romanzo scritto da un grandissimo filologo, non mancano giochi di parole, enigmi e indovinelli basati proprio sulla diversa interpretazione di alcuni costrutti latini, e trattandosi di una torbida vicenda che ha luogo in un monastero, non può essere assente la tematica della eterna lotta fra il bene e il male, la linea di confine che separa i quali non è però sempre così facilmente distinguibile come potrebbe sembrare…

PANTA REI

“Tutto scorre”, secondo la filosofia di EWraclito, per cui anche le tante vicende raccontate vengono sviscerate ulteriormente e analizzate a fondo, fino alla loro naturale conclusione. La struttura di questa opera la rende sempre molto avvincente, e il desiderio di scoprire infine i tantissimi misteri che l’abbazia benedettina nasconde al suo interno spinge i lettori e gli spettatori a voler scoprire chi e che cosa si nasconda realmente dietro la misteriosa serie di omicidi che continua a far allungare la lista di coloro che stanno perdendo la vita a causa di un avvelenamento. Causato da chi, però? E a quale scopo? Che gli omicidi seguano uno schema preciso, che il nostro abilissimo investigatore francescano Gugliemo da Baskerville crede essere l’ordine delle Sette Trombe dell’Apocalisse, o dietro c’è dell’altro?

Guglielmo ha dunque un bel po’ di grattacapi, nonostante mantenga sempre una calma e una razionalità davvero invidiabili: presenziare e testimoniare durante la disputa che dovrà stabilire se i Francescani siano degli eretici o meno, assistere a una serie di processi per eresia, seguiti naturalmente da atroci torture e infine magari anche da un bel rogo, cercare un modo per liberare la ragazza amata da Adso, ingiustamente accusata di stregoneria, e scoprire cosa e chi stiano causando tante morti. Se non farà in fretta, altre persone perderanno la vita in questa vera e propria Caccia alle Streghe, che ha trasformato un pacifico monastero benedettino in una sala per le torture.

STAT ROSA PRISTINA NOMINE, NOMINA NUDA TENEMUS

“La rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”: questa frase latina che chiude il romanzo di Umberto Eco viene posta anche a suggello di questa interessante trasposizione, e significa, in breve, che di tutto ciò di cui abbiamo avuto esperienza nella nostra vita e di tutte le cose e le persone, quando una vicenda si conclude non resta che un nome, ormai svuotato del suo significato primario, non esistendo ormai più una sua controparte nella realtà attuale.

In definitiva, questa miniserie di produzione italiana è un buon prodotto, avvincente e dalla narrazione fluida, scorrevole e anche a tratti ricca di azione e di eventi del tutto inaspettati, soprattutto, come è facilmente intuibile, per quanto riguarda questa ultima e risolutiva puntata. Pur con uno stile recitativo più composto rispetto al più sanguigno film omonimo del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud, l’inserimento di alcune sezione dedicate a Dolcino, alla sua famiglia e alle tristi vicende di cui sono stati sfortunati e coraggiosi protagonisti, l’introspezione psicologica e le ottime performance degli attori fanno sì che questa miniserie sia un ottimo prodotto, nonostante per certi versi sia molto diverso dal film che tutti conosciamo. Se amate Umberto Eco, il film del 1986, la filologia, i gialli e i thriller ben orchestrati, sarà piacevole per voi scoprire cosa ha in serbo per voi questa seconda trasposizione per gli schermi del primo romanzo scritto da Umberto Eco.

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