Dark Crimes di Alexandros Avranas | Recensione

Pubblicato il 6 Settembre 2018 alle 20:00

Arriva in Italia il nuovo film di Alexandros Avranas, con protagonisti Jim Carrey, Charlotte Gainsbourg e Marton Csokas.

C’è un po’ di Videodrome in Dark Crimes di Alexandros Avranas, nel quale le sevizie sulle donne, gli oltraggi e il macabro vengono quasi sempre proiettati attraverso schermi televisivi (o narrati tramite audiocassette), quasi a volersene distaccare, mostrando un film dentro il film e dipingendo una realtà ancora più brutale e fredda di quella nella quale si muove l’investigatore Tadek (interpretato da un barbuto Jim Carrey, che qui abbraccia come non mai il suo lato nichilista così splendidamente descritto nel documentario Jim & Andy).

Purtroppo però col capolavoro body-horror di David Cronenberg il nuovo film del regista greco condivide solo un’idea visiva superficiale che non diventa mai davvero il punto centrale del racconto ma resta sempre e comunque una sorta di valvola di sfogo attraverso la quale mostrare le scene più morbose, sporche e violente, che a dir la verità, a meno che questo non sia il primo film della vostra vita, non riusciranno mai a turbarvi davvero.

Sorvolando sull’affiliazione della produzione di un film sullo schiavismo sessuale a Brett Ratner della Ratpac Entertainment (uno dei primi ad essere stato accusato di violenza sulla scia del caso Weinstein: questo si che è karma!) Dark Crimes rappresenta un notevole passo indietro per Avranas, che tanto bene aveva fatto invece nel 2013 con Miss Violence, che trattava argomenti molto simili a quelli del suo nuovo progetto ma lo faceva con molta più crudezza, semplicità e decisione. Nell’inscenare la vera storia di un poliziotto polacco che nel romanzo di uno scrittore trovò la soluzione ad un omicidio, Avranas si scopre molto a disagio nel trattare il genere di riferimento e ciò che viene fuori è una sorta di Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio E’ Tuo! di Don Siegel, ma assolutamente privo di mordente.

Come nel film con Clint Eastwood, infatti, anche qui il protagonista sarà costretto a rilasciare il criminale per mancanza di prove (lì era Andrew Robinson, qui sarà Marton Csokas) dandogli così l’opportunità di calunniare il dipartimento di polizia (come Scorpio, anche Kozlov affermerà di aver subito dei maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine nel periodo passato in custodia). Il problema è che il detective Tadek non può essere e infatti non è mai l’ispettore Callaghan, e sebbene anche lui sia disposto ad operare oltre i confini della legge pur di incastrare il suo sospettato non riuscirà mai a vantare l’iconicità e/o l’efficacia dei metodi aggressivi del celebre eroe action anni ’70.

Quindi si va avanti con questa blanda versione del famoso gioco tra gatto e topo per tutto il film, intrecciandolo a questioni personali poco interessanti (Tadek è uno dei tanti poliziotti della storia del cinema con problemi coniugali) e una sotto-trama (quella della fidanzata di Kozlow) che vorrebbe essere fosca e avvincente ma che risulta molto superficiale. Magari avrebbe funzionato di più se fosse stata il centro del film, e di certo avrebbe reso meno ingrato il ruolo di Charlotte Gainsbourg (probabilmente il più ingrato della sua lunga ed impegnativa carriera). Carrey fa come sempre uno splendido lavoro, ma esattamente come accadeva in Number 23 di Joel Schumacher il suo talento viene messo al servizio di un film confuso dall’inizio alla fine; non solo a livello narrativo, ma soprattutto a livello d’identità.

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