Don’t Worry di Gus Van Sant | Recensione in anteprima

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Arriva in Italia il nuovo film di Gus Van Sant, Don’t Worry, con protagonisti Joaquin Phoenix, Rooney Mara e Jonah Hill.

Dopo il problematico e un po’ deludente La Foresta dei Sogni, l’acclamato regista di Elephant, Drugstory Cowboy e Will Hunting – Genio Ribelle ritorna con Don’t Worry (in originale il titolo prosegue con He Won’t Get Far on Foot, riprendendo un’esilarante frase del film), trampolino di lancio per Joaquin Phoenix che nei panni del vignettista alcolizzato e tetraplegico John Callahan punta ad ottenere la sua quarta nomination agli Oscar (ci riuscirà? staremo a vedere).

Nel 1972 il ventunenne John Callahan, con gravi problemi di alcolismo dall’età di tredici anni, permette al suo amico  Dexter (un Jack Black più ubriaco di lui e autoproclamatosi “re del cunnilingus di Orange County”) di prendere la sua auto per guidare verso una lussuosa festa con l’obiettivo di rimorchiare.  L’inevitabile incidente (che Van Sant, con furbizia, sceglie di non mostrarci) trasformò Callahan in un tetraplegico mentre Dexter se la cavò senza un graffio. Questa la premessa del film, che si concentra principalmente sul lungo e tortuoso viaggio verso la sobrietà che John decide di intraprendere sfrecciando (letteralmente) a bordo della sua carrozzina elettrica: ad aiutarlo un gruppo di terapia organizzato da Donnie (Jonah Hill), l’amore per la dolce Annu (Rooney Mara: lei e Phoenix sono una coppia nella vita vera e questo è il terzo film in cui lavorano insieme dopo Her e Maria Maddalena) e soprattutto alla riscoperta passione per le dissacranti vignette umoristiche (alla Charlie Hebdo), che lo porteranno incredibilmente al successo.

E’ uno strano film quello di Van Sant, originale e sperimentale in alcune trovate di montaggio sulla falsa riga di The Social Network, chiaramente ispirato ai film biografici sulla malattia come La Teoria del Tutto e anche al filone degli artisti maledetti e misantropi come American Splendor con Paul Giamatti, sul fumettista Harvey Pekar. Don’t Worry prova ad essere tutte queste cose insieme, ma ci riesce solo a tratti e non arriva mai a quei livelli.

Il quarantatreenne Phoenix, che di artisti ubriaconi ne sa qualcosa (ha interpretato, molto meglio di così, il mitico Johnny Cash nel folgorante Walk The Like – Quando l’amore brucia l’anima di James Mangold), sembra sempre troppo vecchio per interpretare il personaggio protagonista, e il vero fulcro della storia ovvero la sua crescita come vignettista e il suo amore per questa arte (che fondamentalmente gli salva la vita) viene tralasciata per gran parte del film. Incoerentemente, poi, alcuni personaggi che sembrano principali spariscono per poi riapparire improvvisamente, ma in altri ruoli (la Mara ci viene presentata come fisioterapista ma più tardi diventerà un’assistente di volo senza che ci venga fornita una spiegazione plausibile) oppure il loro legame col protagonista viene completamente tralasciato, anche se apparentemente fondamentale per lo sviluppo del film e del personaggio ( John affermerà di provare odio per la sua assistente sociale Suzanne, ma il loro rapporto non viene mai realmente approfondito).

Ottima la prova di Hill, dimagrito e solare, sempre sicuro di fronte agli altri ma incredibilmente fragile nel profondo, unico altro personaggio che sembra riuscire ad attirare le attenzioni di Van Sant, il cui solo obiettivo sembra tanto quello di raccontare la storia di John Callahan ma piuttosto quello di scortare Joaquin Phoenix sul palco degli Academy Awards.

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