Darkest Minds di Jennifer Yuh Nelson | Recensione

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Il film esce in Italia oggi, 14 agosto.

Al cinema si rischia grosso quando arrivi secondo, figuriamoci se davanti a te ci sono già altri cinque o sei prodotti differenti, che nel corso degli anni hanno saputo consolidarsi come punti di riferimento della cultura pop. E Darkest Minds, nuovo film di Jennifer Yuh Nelson prodotto dalla 20th Century Fox, difficilmente riuscirà a farlo.

Basato sull’omonimo romanzo del 2012 di Alexandra Bracken, Darkest Minds passerà invece alla storia come una grande accozzaglia di elementi tratti dai più celebri franchise moderni, da X-Men ad Hunger Games, passando per Twilight e Divergent. E non temete, c’è anche qualche idea visiva tratta direttamente dal recentissimo Avengers: Infinity War.

Nel prossimo futuro una malattia cancella il 98% delle persone di età inferiore ai 18 anni, donando però al restante 2% dei veri e propri superpoteri speciali: c’è chi diventa super intelligente, chi sviluppa abilità telecinetiche simil-Jedi, chi è improvvisamente in grado di dominare l’elettricità o il fuoco oppure controllare e/o leggere le menti altrui. Il governo è ovviamente terrorizzato da questa nuova generazione di esseri umani, e quindi trasferisce subito tutti i bambini con poteri controllabili all’interno di nuovi campi di lavoro. I bambini che hanno sviluppato poteri non controllabili, invece, vengono giustiziati.

A decidere il destino di un bambino è la categoria d’appartenenza, una specie di stato sociale che divide i superdotati in base ad una scala di colori: il verde corrisponde al livello di minaccia più basso e si arriva fino all’arancione, la categoria più pericolosa.

E’ qui che si trova la protagonista, Ruby (Amandla Stenberg), in grado di controllare le persone con la mente.  Per scampare all’eliminazione la ragazza si nasconde nella categoria verde (quella dei superintelligenti), e lo stratagemma per un po’ funziona. Quando le cose si complicheranno, Ruby e un manipolo di suoi coetanei prima fuggirà, poi deciderà di dar vita ad una vera e propria rivoluzione.

Il film della Nelson non è solo delirante da un punto di vista narrativo, ma pecca anche nella caratterizzazione dei personaggi (il personaggio della Stenberg, che dovrebbe trascinarsi in questa epopea ribelle, non dimostra un briciolo di carisma) e anzi fallisce perfino nell’elemento più banale, la love story (che sembra una scopiazzatura tra quella di Rogue e l’Uomo Ghiaccio o quella tra Edward e Bella: Ruby infatti ha paura di toccare il suo ragazzo Liam, per paura di friggergli il cervello).

Tra scene d’azione tutt’altro che avvincenti, una CGI economica, dialoghi scadenti e una serie di sequenze prive di alcun valore narrativo, semplicemente il film non ha una ragione di esistere in un panorama pop fatto di tanti franchise migliori sotto tutti i punti di vista. una messa in scena generale che semplicemente non può competere con gli altri film del genere, proprio non si possono perdonare. Unico punto di forza è il look che l’esperto dop Kramer Morgenthau ha conferito al film della Nelson, attingendo più dall’arte pastorale che dai blockbuster contemporanei. Purtroppo però questo non può bastare a fare la fortuna di un film che assomiglia troppo a troppe altre cose.

 

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