Riuscirà il volume 3 a bissare il buon esordio della saga di Remender e Scalera, dopo un Volume 2 meno all’altezza?

Abbiamo lasciato Grant McKay e la sua famiglia che devono attraversare il multiverso per tornare a casa, ma il Pilastro è fuori controllo e ogni ulteriore balzo continua a portarli sempre più lontani dalle loro famiglie e più vicini all’autodistruzione. Ora i nostri si trovano in un un mondo piagato da una malattia che colpisce indistintamente tutti, ma riescono a trovare nello Sciamano un valido alleato che li conduca alla soluzione di tutto, grazie al (non so quanto) gradito ritorno di qualcuno…

Rick Remender continua in questo terzo volume la saga dei viaggiatori nelle dimensioni, con quel suo ritmo brillante che ha decretato il successo di questa serie. Serie che devo ammettere che, pur presentando una certa varietà di ambientazioni, purtroppo ormai presenta degli escamotage e dei cliché che non sono proprio originalissimi: per esempio il flashback in cui Grant e sua moglie litigano a causa del fatto che il suo lavoro lo allontana dalla famiglia lavorando alle sue invenzioni, mentre Grant ha intrapreso una relazione con la sua assistente…

Diciamo che Remender ha studiato bene gli autori che lo hanno preceduto in questo filone ed è riuscito a rielaborarli in maniera ottima, usando il meglio della tradizione, anche se spesso mantenendo quella ingenuità che probabilmente in questi anni risulta un poco fuori tempo: mi riferisco per esempio al carattere di alcuni personaggi, che sembrano parecchio ondivaghi, o alla scena nel finale del volume in cui il protagonista Grant McKay decide di volare sopra la città per salvare tutti, senza però aver prima studiato gli effetti positivi o meno di quello che accadrà… ingenuo, per non dire semplicistico.

Tuttavia il personaggio di Grant McKay è ancora quello che fa girare la serie; nonostante spesso si dimostri un po’ banale nelle azioni, tuttavia è da dire che il suo essere totalmente deleterio nel mondo lo fa apparire piuttosto interessante, anche se in questo volume fa trasparire ogni tanto barlumi di normalità, che alcune volte tenta di diventare eroicità (sempre ricordando che, se lo scopo dell’impresa era di lasciare ogni dimensione un posto migliore dopo che se ne erano andati, siamo ancora molto lontani dall’ideale…).

I dialoghi sono essenziali ed asciutti, lasciando alle tavole il grosso della narrazione, che ne guadagna in dinamicità e velocità dell’azione a dirla tutta.

L’arte di Matteo Scalera è quella che valorizza l’opera, con belle tavole che spesso costituiscono il fulcro della narrazione, con pagine e copertine che costituiscono dei veri picchi. Oltretutto il fatto che spesso si trovino gli stessi personaggi da altre dimensioni non costituisce un problema per l’italiano, che riesce a mantenere una costruzione regolare (ma non banale) delle tavole, riuscendo nello stesso tempo a non confondere il lettore. Il suo tratto dinamico e non sempre morbido riesce a sottolineare l’atmosfera di disperazione in cui i protagonisti si trovano, accentuando anche nel lettore un senso di ansia che di per sè permea tutta la storia.

In questo volume abbiamo come colorista Moreno Dinisio che si dimostra abile nei colori, riuscendo ad ampliare il senso di inquietudine delle tavole di Black Science.

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