Arriva in Italia il nuovo film di David Gordon Green con protagonisti Jake Gyllenhaal e Tatiana Maslan.

Potrebbe benissimo essere considerato lo spin-off più umano e meno action di Boston – Caccia all’Uomo di Peter Berg, Stronger – Io Sono Più Forte di David Gordon Green: la scena dell’attentato della maratona di Boston, quella stessa esplosione, l’abbiamo già vista nel 2016 all’inizio del capitolo conclusivo della “trilogia americana” del regista di Lone Survivor e Deepwater – Inferno sull’Oceano. Lì Mark Walbergh incarnava l’americano medio, l’uomo comune, il poliziotto della stradale che a seguito dei tragici eventi del 15 aprile 2013 si ritrovava coinvolto in una caccia all’uomo (anzi agli uomini) che coinvolse la città di Boston e l’intero stato del Massachussets.

David Gordon Green, prima di passare alle atmosfere horror del nuovo Halloween in uscita ad autunno, ha voluto riguardare indietro a quella sconvolgente maratona cittadina che causò la morte di tre spettatori e il ferimento di altri 264 persone. Fra quelle persone c’era Jeff Bauman, che per sostenere la fidanzata Erin (impegnata nella corsa) si ritrovò nel raggio dell’esplosione e perse entrambe le gambe.

A voler essere spietati, il film ha fallito praticamente sotto tutti gli aspetti, rivelandosi un vero e proprio crash al botteghino (neppure 8 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di circa 30) e un pessimo trampolino di lancio per Jake Gyllenhaal, la cui performance nei panni di Bauman avrebbe dovuto portargli il primo, agognato premio Oscar (una sola candidatura per lui, ai tempi de I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee) ma che si è rivelata un nulla di fatto, con addirittura l’esclusione dalle nomination.

In realtà Stronger sarebbe anche interessante per come riesce ad aggirare uno dei difetti più reiterati di questo tipo di cinema, il dramma biografico su una malattia o comunque un handicap che protagonista principale si trova a sopportare/affrontare: Gordon Green è intelligente nel raccontarci questa storia d’ispirazione dipingendoci il suo protagonista Jeff come una persona tutt’altro che ispirata. Quando, durante quella che è la scena più bella del film, Jeff proverà ad utilizzare per la prima volta le protesi per le gambe, e tutti i suoi amici e parenti saranno lì ad incitarlo e a incoraggiarlo, il regista (tramite il personaggio) ci fa capire una cosa che altri melodrammi simili spesso si dimenticano, e cioè che la menomazione fisica barra malattia non è affatto ispiratrice per chi deve sopportarla.

Il messaggio di mercificazione della tragedia qui non è così insistente né tanto meno melenso come altrove, e anche se il film risulta spesso banale nei modi in cui racconta la propria storia, Gordon Green e il suo sceneggiatore John Pollono riescono a dare il proprio meglio quando si concentrano sui dettagli (emblematica la sequenza in cui le medicazioni di Jeff vengono tolte per la prima volta: rimangono fuori campo, mentre la camera rimane sul volto di mr. Gyllenhaal, che non vuole guardare e quindi non possiamo guardare neanche noi), riuscendo nel difficile compito cinematografico di trasmettere al pubblico il senso del tatto (si pensi alla creazione dei calchi per le gambe, o la difficoltà del protagonista di entrare nella vasca) e aggiungendo un notevole grado di realismo ad un’esperienza che rischiava di essere molto più manipolatrice di quanto in realtà non sia.

Certo alcune cose non funzionano proprio – molte scene ispiratrici avrebbe funzionato meglio se rese in maniera più fluida e diretta, meno diluita – ma nel complesso resta un film godibile e soprattutto ben poco adulatorio. Cosa che va apprezzata.

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