Claire Foy è la protagonista del nuovo film di Steven Soderbergh, Unsane, le cui riprese sono state effettuate esclusivamente con un Iphone nel corso di una sola settimana.

L’individuo e la sua lotta contro l’oppressione delle istituzioni, spesso corrotte, e quindi di uno Stato che non c’è è il fulcro principale intorno al quale ruota Unsane, nuovo film del poliedrico Steven Soderbergh.

Lasciate stare il femminismo. Lasciate stare le molestie su lavoro, o in qualsiasi altro luogo pubblico/privato ai danni delle donne. Lasciate stare il problema dello stalking, della persecuzione, della follia e di tutte le ansie che scaturiscono in una persona (spesso donna) vittima dei soprusi di chi (spesso uomo) questo vile reato lo perpetra. E lasciate stare pure lo stratagemma barra vezzo manieristico della trovata di utilizzare per le riprese un Iphone, così da imprigionare la protagonista in inquadrature piccolissime e strette, asfissianti e insopportabili: lo stratagemma, oltre a non essere così originale (già nel 2015 Sean Baker aveva usato un Iphone 5 per il suo Tangerine) risulta addirittura un po’ scolastico e soprattutto la metafora che sta dietro a questa scelta stilistica (la protagonista si senta perseguitata perché costantemente inseguita dal cellulare del regista) finisce con l’essere fin troppo stucchevole.

Quindi, tutte queste cose, lasciamole da parte.

Perché il vero pregio del film, che racconta la storia di una donna ingiustamente rinchiusa in un ospedale psichiatrico, è lo studio caratteriale costruito intorno alla protagonista (interpretata magistralmente da Claire Foy), e che dalla protagonista trascende fino ad esplorare le falle di una società talmente corrotta da reggersi su strutture piene di marcio e punti oscuri (a livello burocratico e anche a livello letterale: pensate allo scantinato o alla gabbia imbottita, luoghi talmente lontani dagli occhi degli inservienti che può accadervi di tutto e infatti di tutto vi accade), all’interno della quale chi prova a denunciare queste brutture viene riprogrammato, kafkianamente considerato un folle.

A un certo punto, però, il film cambia completamente e Soderbergh intrappola ancora di più la già di per se parecchio intrappolata protagonista scegliendo di non giocare con lo spettatore sulla veridicità degli eventi cui stiamo assistendo (non metteremo mai in dubbio che la bella Sawyer Valentini sia davvero impazzita, e dopo cinque minuti capiamo che quello stalker non se lo sta immaginando, non è frutto di una sua ossessione, ma lo psicopatico è davvero riuscito a trovare un posto di lavoro nella struttura: i matti guidano il manicomio) ma andare dritto al punto, e il film passa da essere “Claire Foy contro il sistema sanitario capitalista degli Stati Uniti” a “Claire Foy contro il suo stalker”.

Per quanto inquietante (a tratti anche disturbante: pensate alla scena nel portabagagli) Unsane risulta a tratti troppo banale, e nonostante non sia mai brutto – e anzi in alcuni punti sa essere davvero bello – non è in grado di distinguersi poi troppo da questi tipi di thriller psicologici. Resta lo spunto di un artista fuori dagli schemi (che, per una coincidenza dovuta alla distribuzione italiana, torna nelle nostre sale a pochi giorni da La Truffa dei Logan) che si diverte a restare ai margini di Hollywood per auto-prodursi e dimostrare che questo tipo di cinema può avere vita anche al di fuori dei meccanismi dei grandi studi cinematografici. Il problema è che finisce con l’assomigliare a tantissimi film prodotti proprio da quegli studi cui Soderbergh ha dichiarato guerra.

 

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