Papillon di Michael Noer | Recensione

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Charlie Hunnam e Rami Malek sono i protagonisti di questo remake del classico anni ’70 diretto dal danese Michael Noer.

Nel 1970 Henri Charrière pubblica in Francia un libro sulla sua vita che racconta, in modo dettagliato, il periodo dell’incarcerazione nella colonia penale francese della Guiana. Immediato best-seller tradotto in più di trenta lingue, la biografia tre anni dopo arriva al cinema nell’adattamento (sceneggiato da Dalton Trumbo) di Frank Schaffner, reduce dal clamoroso successo del seminale Il Pianeta delle Scimmie (1968) con Charton Heston e soprattutto dai sette premi Oscar (tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura a Francis Ford Coppola) per Patton, Generale d’Acciaio (1970) con George C. Scott.

Il film biografico sulle gesta di Charrière, Papillondivenne un clamoroso successo, 53 milioni di dollari d’incasso, all’epoca una miniera d’oro, che oltre a raccontare l’epopea – anzi odissea – di questo protagonista tragico, quasi omerico nella sua ferrea ostinatezza nel voler tornare a casa, incastonò per sempre il mito di Steve McQueen nella pietra della storia del cinema e solidificò quello di Dustin Hoffman, a sei anni dal folgorante esordio ne Il Laureato di Mike Nichols e un anno prima del leggendario Tutti Gli Uomini del Presidente di Pakula.

Oggi il regista danese Michael Noer si misura con quel film gigantesco nel suo remake, una produzione 2017 che arriva in Italia dopo un anno dal debutto al Toronto Film Festival, dove non è riuscito ad attirare l’attenzione dei distributori nordamericani – e questo già dovrebber dirla lunga. Noer affida al buon Charlie Hunnam il ruolo che fu di McQueen e a Rami Malek (che sarà il leader dei Queen Freddy Mercury in Bohemian Rhapsody; perdonate la battuta: Freddy Mercury, Queen, McQueen … no? niente? ) quello dal falsario miope di Hoffman, e per coinvolgere le nuove generazioni di spettatori decide di spingere non poco sulla violenza grafica anche se siamo lontanissimi dal gore del recente e stupendo Cell Block 99 – Nessuno Può Fermarmi di S. Craig Zeller.

Il problema è che oltre a questo il film ha davvero poco da offrire, soprattutto se comparato con l’opera originale: Papillon (soprannome derivato dalla farfalla tatuata sul petto) e il suo amico Degas sono le due facce della stessa medaglia, il primo a simboleggiare il coraggio, la forza e la tenacia di cui è capace l’essere umano, il secondo a rappresentare la vigliaccheria, la paura, la debolezza, ma nessuno dei due attori può reggere il confronto con le leggende che li hanno preceduti.

Il danno è maggiore, poi, se si considera il fatto che un film così non offre molto a livello di caratterizzazione e/o profondità del personaggio, che ha doppiamente bisogno di essere incarnato da un attore-icona. Se Charlie Hunnam fa quel che può (un po’ sul filone delle atmosfere dello straordinario Civiltà Perduta di James Grey, che da noi arrivò l’anno scorso di questo periodo), Rami Malek non è proprio in grado e si limita a scimmiottare la versione di Hoffman.

Noer poi ci mette anche un po’ del suo, privando il film di tutto quel mordente e di tutta quell’epicità che caratterizzava il Papillon di Schaffner.

Sicuramente non bello, di certo neanche brutto, il suo remake si lascia seguire ma non riesce a trascinare lo spettatore (soprattutto quello spettatore che ha ancora negli occhi il film del ’73) e allora l’unico merito che gli si può attribuire è quello di tramandare ai più giovani il mito di un intramontabile classico della Hollywood degli anni ’70, che chi ha amato questa versione farebbe bene a recuperare al più presto.

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