Westworld 2×8: “Kiksuya” | Recensione

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“Questo è il mondo sbagliato.”

“Analisi.”

[…] La cosa interessante però è che lo spettatore di Westworld  sa perfettamente che i ricordi di determinati personaggi sono innesti, elementi narrativi inseriti nel back-up della loro memoria al fine di creare un background coerente per la loro storia, e questo fa si che alcuni punti fondamentali dello svolgimento della serie risultino profondamente anticlimatici. Prendiamo la storyline di Maeve come esempio. […] Noi sappiamo che non è sua figlia, che quella bambina è solo un altro androide costruito e scritto per recitare la parte di sua figlia, e infatti […] non possiamo fare a meno di pensare a quanto sia poco autentico, […] una rappresentazione astratta di quell’emozione umana che si sta cercando di trasmettere. In qualsiasi altra serie tv o film quell’emozione sarebbe stata al centro della scena. Qui no. […]

Sono parole del sottoscritto, estratte dalla recensione del sesto episodio della seconda stagione di Westworld, Phase Space. Due settimane dopo arriva l’ottavo episodio, Kiksuya, e ho deciso di aprire così questo articolo per potermele rimangiare.

Nella migliore puntata della stagione (e nella top 3 della serie, per quanto mi riguarda), Kiksuya ruota intorno alla figura di Akecheta (Zahn McClarnon, che tutti i fan della serie Fargo ricorderanno nel ruolo di Ohanzee Dent), finora intravisto solo sporadicamente come leader della temibile Tribù Fantasma e quindi da sempre associato al ruolo di villain, di terrore incombente per i protagonisti.

Kiksuya sovverte completamente non solo la figura del personaggio ma anche la struttura della serie (molti membri del cast principale non compariranno nemmeno, alcuni solo di sfuggita), giocando con gli stereotipi e i tropi di questo genere narrativo: quando si parla di western la delineazione tra cowboy e indiani è sempre stata al centro del racconto come una sorta di idea politicamente corretta figlia del “tatto culturale” dovuto dalla nostra moderna comprensione del trattamento riservato ai nativi americani, sia passato che attuale (l’ultimo a parlarne è stato Taylor Sheridan ne I Segreti di Wind River).

L’ottavo episodio invece dona ai personaggi nativi che popolano Westworld una profondità tanto rara nel panorama cinematografico quanto inedita per la serie, raccontando nel frattempo una storia davvero commovente, un’emozionante odissea nietzschiana imbastita sul concetto di eterno ritorno. Un eterno ritorno che il protagonista riesce a spezzare: una serie di incontri risvegliano la sua natura interiore, inizia a ricordare la sua vita precedente e il simbolo del labirinto (che noi conosciamo dalla prima stagione) fa scattare in lui una maggiore comprensione del mondo.

Per dieci lunghi anni (la morte di Arnold e quella di Ford sono i due estremi temporali) Akecheta continua ad interpretare il suo ruolo nelle storyline di Westworld, ma nel frattempo cercherà di riunirsi con Kohana, esplorare i confini del parco per trovare la “porta” (l’uscita, che è il simbolo di questa seconda stagione come il labirinto lo era della prima) e soprattutto di portare un’illuminazione simile agli altri ospiti, come un Oltreuomo arrivato per mostrare una nuova via o un personaggio platonico evaso dalla sua caverna e tornato a liberare gli altri prigionieri.

Lodevole poi la decisione di trattare la storia d’amore solo come un dettaglio aggiuntivo nel più ampio contesto della straordinaria epopea del personaggio: gli autori avrebbero potuto comodamente adagiarsi sull’aspetto romantico della vicenda, che invece serve solo come spunto per ampliare la fiorente consapevolezza di Akecheta, che dimostra di essere un personaggio estremamente dinamico, dalla psicologia complessa e articolata e splendidamente narrata.

Il primo voto perfetto della stagione, che si prepara all’atto finale.

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